Un libro alla settimana
LO STUDENTE

Nell'anno universitario 1847-1848, lo storico francese Jules Michelet (1798-1874) tenne al Collège de France una serie di dieci lezioni per i suoi giovani studenti. A causa della sua partecipazione alla rivoluzione parigina tra le fila dei democratici, il corso accademico fu sospeso dalle autorità ed egli stesso nel 1850 fu allontanato dall'insegnamento. Dopo la sua morte, queste lezioni proibite furono raccolte in volume nel 1877 con il titolo L'étudiant e, dopo un lungo e ingiustificato oblio, furono riscoperte, non a caso, durante la contestazione giovanile e studentesca del 1968. A distanza di tanti anni, adesso che i giovani, a sentire i commenti dell'opinione pubblica, sono diventati di nuovo un problema per la società, rileggere questa singolare opera storiografica, mirabile per rigore e passione civile, significa a mio avviso riflettere, per chi non si accontenta dei luoghi comuni e non si rassegna all'esistente, su argomenti ancora molto attuali: la condizione giovanile, la funzione dell'educazione, la possibilità della rivoluzione. Per sintonia di umore e di giudizio, questo libro di Michelet dovrebbe essere letto e meditato insieme al pamphlet di Schopenhauer La filosofia delle università (1851) e alle cinque conferenze di Nietzsche Sull'avvenire delle nostre scuole (1871). Certamente il tono profetico e quasi palingenetico dello storico francese oggi può apparire del tutto fuori luogo, se non addirittura candido e persino ridicolo. In parte è però giustificato dal contesto storico del tempo: la rivoluzione del 1848 che nell'arco di un anno intero infiammò e sconvolse tutta l'Europa e poi si concluse nel nulla di fatto. Non bisogna inoltre dimenticare il carattere romantico e lo spirito barricadero e rivoluzionario dell'autore stesso, che non fu mai solo un arido studioso chiuso nella torre d'avorio, ma un fervente militante che prese parte attiva agli avvenimenti storici della sua epoca. Al di là di tali considerazioni, questo testo accorato e vibrante conserva una sua forza salutare e vivificante soprattutto, io credo, per i giovani che, in questi tempi così incerti e precari, affacciandosi alla vita e agli studi, cercano la loro strada. Le date, infine, dovrebbero pur indicare qualcosa: 1848, 1968, 2008. Insomma, non c'è che da sperare nelle nuove generazioni.

Alla vigilia di un grande sommovimento sociale, che Michelet nel 1848 sente prossimo e al quale, nonostante l'età non più giovane e la malattia, aderirà con impetuoso entusiasmo, egli affida ai giovani il compito politico di portare avanti la trasformazione della società. Questo il tema del corso: “il ruolo del giovane come mediatore nella polis e come agente principale del rinnovamento sociale che ben presto vedremo”. Per assolvere questo ruolo rivoluzionario, il giovane ha l'obbligo morale di avvicinarsi al popolo. Bisogna superare le divisioni di classe, di reddito e d'istruzione che separano gli uomini. Da parte loro gli intellettuali hanno ormai divorziato dalle masse popolari e si sono rintanati in un'erudizione fiacca e sterile. Il giovane, invece, ha da rimanere barbaro: “attivo, vivo, concreto, il contrario di astratto; caldo e sanguigno, ancora integro, genuino di natura”. La società opprime in proporzione alla debolezza. Perciò il giovane deve affrancarsi e diventare forte. Ma dove cercare la forza? Per Michelet la risposta è inequivocabile. “La troverete in alto e in basso, nell'uomo di genio e nel popolo. Là troverete quello che manca nella società media, quello di cui soprattutto avete bisogno: l'energia morale, la grande volontà, la forza di fare e di soffrire. I potenti di genio, che dominano e creano un'epoca, i sofferenti, che la attraversano in modo paziente e coraggioso, sono i soli a conoscere il mistero della vita”. Il problema allora non è tanto l'intelligenza ma il carattere. Ora, l'educazione che viene impartita nelle scuole e nelle università non è che un addestramento a una remissiva servitù. Pertanto i giovani devono farsi una contro-educazione che possa ravvivare l'insegnamento dei libri, attraverso l'osservazione della vita nei suoi aspetti più istruttivi: il lavoro e il dolore. Scopo di questa contro-educazione, che non vuol dire affatto rifiuto dell'istruzione classica e tradizionale, è quello di “formare uomini di azione, fattivi, socialmente impegnati, disposti a costruire la fraternità secondo un ordine sociale più umano e più giusto”. La Rivoluzione, prima che fatto esteriore, deve entrare nei cuori e influenzare la volontà. Questa è la vera trasformazione interiore che i giovani devono realizzare dentro la Città e insieme al Popolo. Per concludere con le parole di Michelet. “C'è un'autorità superiore a tutte le altre, l'onore. Sappiate morire di fame. È la prima delle arti perché regala la libertà dell'anima”.
(Pierluigi Vuillermin)
Immagini di città
Walter Benjamin - (Einaudi, 2007, pp. 144, euro 16,00)

 
 IL VIAGGIATORE INCANTATO
In un provocatorio saggio sulla provincia italiana, l'antropologo Franco La Cecla narra che a una festa milanese un giovane rampollo della borghesia bresciana raccontava agli amici di essere andato in vacanza in Egitto. Cinque giorni a Sharm El Sheik in un albergo di lusso. A suo modo si era divertito: mare, sole, relax, sport, buffet, sesso ecc. Alla richiesta di come fossero gli Egiziani aveva risposto “Carini”.
Così vive e ragiona il moderno turista di massa. Beninteso nulla a che vedere con l'avventura seria e pericolosa che nel 1787 Goethe ebbe a Malcesine sul lago di Garda con gli abitanti del luogo, come riferisce egli stesso nel celebre Viaggio in Italia (1786-1788). Insomma siamo di nuovo alla vecchia contrapposizione ideologica tra viaggiatori e turisti. Già Roland Barthes nelle sue penetranti Mythologies (1957), analizzando le guide turistiche, aveva messo in luce l'operazione di mistificazione che accompagna tutta l'industria del turismo. A suo avviso colorare il mondo è sempre un mezzo per negarlo e privarlo della sua storia. Certamente con la globalizzazione, Internet e il multiculturalismo il contrasto dialettico tra l'uniformazione capitalistica e la pluralità dissonante delle differenze culturali assume percorsi molteplici e controversi. Tuttavia è questo l'inquietante paradosso: nel villaggio globale va scomparendo la capacità di fare esperienza dell'alterità. Inutile comunque rimpiangere romanticamente l'epoca gloriosa del Grand Tour dei viaggiatori europei. Ormai siamo circondati dall'autenticità artefatta del turismo di massa e dagli stereotipi della semicultura mediatica. Infine, per farsi un'idea sul significato e la storia del viaggio nella cultura occidentale, dall'Odissea al turismo globale, si rimanda alla lettura del fondamentale saggio di Eric Leed La mente del viaggiatore (Il Mulino, 1992). Di questi tempi, parafrasando l'esordio dei Tristi Tropici (1955) di Claude Lévi-Strauss, forse il più bel libro di viaggi del Novecento, non ci resta che odiare i viaggi. Meglio allora restarsene a casa, al riparo dall'orda tumultuosa e schiamazzante dei turisti, e magari leggere un buon libro di viaggi.

Di recente, a cura di Enrico Ganni, è uscita una nuova edizione aumentata di Immagini di città (Einaudi, 2007, pp. 144, euro 16,00) di Walter Benjamin. Questo libro postumo fu assemblato nel 1955 da Peter Szondi e ora viene riproposto con l'aggiunta di tre scritti e una prefazione di Claudio Magris. Si tratta di una serie di articoli-reportage, scritti negli anni fra il 1925 e il 1930 per giornali e riviste, sulle città dove al critico e saggista ebreo-tedesco per diverse ragioni capitava di soggiornare: Parigi, Marsiglia, Weimar, Napoli, San Gimignano e soprattutto Mosca. Per Benjamin la città moderna è un serbatoio sconfinato e labirintico di immagini, sogni e miti. Uno spazio di transito attraversato da energia, forze sconvolgenti, rovine polverose, utopie infrante e attese messianiche. Egli percorre e attraversa le città come un malinconico rabdomante, consegnandosi alla fantasmagoria delle forme e delle espressioni. Con il suo magistrale sguardo micrologico da detective metropolitano, le ritrae come miniature estranianti e seducenti. Attraverso l'accumulo di descrizioni caleidoscopiche, ci offre quasi delle istantanee che cercano di fissare l'effimero della vita. La porosità di Napoli che trabocca dall'architettura degli edifici, dalla ritualità cattolica e dalla vitalità stracciona del popolo; l'effervescenza proletaria e rivoluzionaria di Mosca che si riversa nell'esistenza collettiva delle strade; la graziosa e piccolo borghese Weimar di Goethe, la Parigi capitale del XIX secolo con i suoi passages dove si celebra il trionfo delle merci; la Marsiglia salmastra del porto, dell'hascisc e dei traffici miserabili; il borgo di San Gimignano racchiuso dalle sue mura e come sospeso tra cielo e campagna.  Per Benjamin la città è un fitto e multiforme involucro di segni e desideri da decifrare, di indizi perduti e sepolti da riportare alla luce. Modulando flânerie surrealista e straniamento brechtiano, egli conduce il lettore
alla deriva continua tra scorciatoie e deviazioni, prefigurando per certi versi il détournement dei situazionisti.
Come lo stralunato e taciturno Palomar di Italo Calvino, egli sa che la superficie delle cose è inesauribile.

In Infanzia berlinese Benjamin osservava acutamente che: “Non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all'errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno. Quest'arte l'ho appresa tardi; essa ha esaudito il sogno, le cui prime tracce furono i labirinti sulle carte assorbenti dei miei quaderni”. Secondo Peter Szondi, nella poetica da collezionista ambulante di Benjamin permane sempre il ricordo dell'infanzia come fascinosa curiosità e apertura all'altro e al diverso. Egli non ricerca l'esotico e il pittoresco come qualsiasi turista contemporaneo. Al contrario il suo sguardo materialista e messianico è rivolto al futuro come promessa di felicità e di riscatto per gli esclusi e i vinti di sempre. Come sappiamo il viaggio tormentato di questo infelice ebreo errante terminerà tragicamente a Port Bou. Percorse le strade d'Europa in tempi bui come un profugo senza patria, “con la grande valigia in grembo”.

(recensione di Pierluigi Vuillermin)

 
Due notti di ghiaccio
 Virgilio Giacchetto(Priuli & Verlucca Editori , 2007, pp. 96, euro 6.50)

Prima assoluta per il romanzo "Due notti di ghiaccio" di Virgilio Giacchetto per i tipi Priuli & Verlucca lo scorso 21 settembre nell'ambito di "EspaceMontagna. L'ambiente alpino a 360° rassegna di cinema, letteratura, musica dedicata alla montagna presentata all'Espace Populaire a cura di Corrado Ferrarese. Parliamo della presentazione pubblica del libro, la prima dalla sua pubblicazione avvenuta nel 2006, a cura di Pietro Giglio, guida alpina e regista del settimanale televisivo di Rai Valle d'Aosta "QM quimontagne".
Giglio ha esordito sottolineando come l'evento della serata si inserisca in un tentativo di parlare di montagna e di più aspetti della montagna. L'aspetto peculiare della serata è stato quello letterario. La panoramica editoriale della montagna in Valle d'Aosta, secondo Giglio, finora si è limitata al versante della saggistica, copiosa, mentre scarsa è invece la narrativa. "La narrativa valdostana si è occupata prevalentemente della montagna rurale che, al di sopra di una certa quota, non è mai salita, se si escludono pochissimi esempi tra cui Renato Chabod che scrisse "La cima di Entrelor", un récit d'ascension fatto di racconti delle esperienze in montagna dell'autore e se si tralascia "Tra la Dora e l'Isère", opera di René Willien che narra esperienze di montagna ed esperienze di guerra. Di montagna si è sempre parlato in Valle d'Aosta a questo livello. Meno si è parlato di montagna al di sopra di una certa quota e meno che mai di alpinismo." Il libro di Giacchetto non parla di alpinismo, anche se una delle due notti di ghiaccio si riferisce ad un'esperienza alpinistica (un'operazione di soccorso sul ghiacciaio del Money nell'alta val di Cogne), "che però è servita all'autore per percorrere strade parallele e strade intrecciate."

Si tratta di un romanzo breve scritto secondo i canoni classici. "Mi ha colpito di questo romanzo, dice Giglio, la grande passione dell'autore per il Parco nazionale del Gran Paradiso che ritrae attraverso le memorie del padre" in un periodo nel quale (gli anni immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, ndr) il Parco era un territorio quasi sconosciuto. "In quel periodo, nel Parco, le guardie svolgevano una funzione essenziale: se oggi abbiamo il Parco nazionale del Gran Paradiso, come dice Virgilio stesso, lo dobbiamo proprio a questa generazione di guardaparco che veniva da un periodo difficile e che portava avanti dei valori che oggi sembrano superati." E sono soprattutto i valori del dovere a prevalere, rispetto ad oggi in cui sembrano prevalere quasi essenzialmente i valori del diritto."Ed è grazie a questo senso del dovere di quelle guardie del Parco Nazionale del Gran Paradiso che lo stesso ha potuto riprendersi dopo un periodo così difficile."
Il libro ripercorre due storie parallele: la storia dell'autore e la storia del padre dell'autore che si intrecciano, con frequenti ricorsi al flashback e cioé ai ricordi del passato in cui c'è il Parco nazionale del Gran Paradiso che ha segnato la vita di Giacchetto. All'interno delle due vite raccontate sono poi disseminate altre storie funzionali alla costruzione di un finale a sorpresa.
Virgilio spiega come è nata l'idea di scrivere questo libro. L'autore crede che in tutti gli accaniti lettori sia insito il sogno nel cassetto di provare a scrivere. "Ed essendo io un accanito lettore da più di trent'anni, ci sono riuscito (a scrivere, ndr) nel momento in cui ho capito che scrivere vuol dire soprattutto mettere dei sentimenti sulla carta, cercare di portare dei sentimenti a livello della scrittura". Un lutto, la morte del  padre, è occasione e motivo propulsivo del romanzo."Dopo il primo … impatto così feroce del dolore … poi passa il tempo… in ognuno di noi rimangono delle sensazioni nei confronti di questa mancanza. La sensazione forte che ho avuto io col tempo è stata quella di dire "questa persona non c'è più. È un distacco totale. Irrimediabile. Però io a questa persona non ho detto un sacco di cose … gliele voglio dire. Forse è stato proprio un caso di scrittura terapeutica".
C'è molta dolcezza nella scrittura di Virgilio: "L'esercizio della memoria tiene caldi i cuori…". Esistono due modi per comunicare con le persone che non ci sono più: la dimensione del sogno, con le sue strade fantastiche e misteriose, e il ricordo … Questo romanzo trae spunto da avvenimenti realmente accaduti nella vita di mio padre e nella mia. A questi fatti mi sono ispirato per inventare situazioni e personaggi di fantasia che mi hanno consentito di incontrare la sua memoria e dirgli le cose non dette quando ancora sarebbe stato possibile.

Recensione a cura di  Silvia Berruto
Un gaucho insostenibile
 Roberto Bolano (Sellerio, 2007, pp. 152, euro 9.00)

Quarant'anni fa il successo mondiale di Cent'anni di solitudine (1967) inaugurò la felice stagione della narrativa sudamericana. Nei decenni successivi l'industria editoriale rese accessibili al lettore occidentale scrittori fondamentali come Asturias, Borges, Cortazar, Rulfo, Guimares Rosa, Onetti, Bioy Casares, Lispector, Puig, Octavio Paz, Carlos Fuentes ecc. per citarne solo alcuni.
Oggi, invece, la letteratura latinoamericana sembra essere passata di moda. A parte i due grandi vecchi, Garcia Marquez e Vargas Llosa, gli epigoni non sono certo all'altezza dei loro predecessori ormai dimenticati. In realtà anche il cosiddetto “realismo magico”, questa originale sintesi di nativismo e modernismo che ha caratterizzato il romanzo sudamericano, si è progressivamente ridotto a esotismo folcloristico e consumistico, come nei fortunati e modesti libri di Isabel Allende e di Luis Sepulveda. Per non parlare dello pseudo-romanticismo new age alla Paulo Coelho, volgare esempio di banalizzazione e commercializzazione dei sentimenti per un pubblico analfabeta in cerca di spiagge assolate e misticismo di coppia. Questo, grosso modo, il panorama della letteratura latinoamericana contemporanea.
Tra le felici eccezioni del secondo Novecento si segnala il caso dello scrittore cileno Roberto Bolano. “Un sudamericano perduto nel mondo”, come lui stesso ironicamente amava considerarsi. Nato a Santiago nel 1953, costretto all'esilio dopo il colpo di stato di Pinochet nel 1973, profugo in seguito a Città del Messico, si stabilisce infine in Spagna dove vivrà sino alla morte prematura avvenuta nel 2003. Dopo un'esistenza marginale e travagliata, riesce a pubblicare diversi romanzi e raccolte di racconti di notevole valore. Il suo capolavoro è senza dubbio I detective selvaggi, un libro decisivo e importante a metà strada tra il romanzo di formazione e il pastiche letterario. Negli ultimi anni egli è diventato quasi uno scrittore di culto, letto da un esiguo ma affezionato numero di lettori e molto apprezzato dalla critica ufficiale. In Italia tutta la sua opera è stata tradotta dalla casa editrice Sellerio di Palermo. Con una formula benevola e stringata, potremmo definirlo un Borges melanconico e plebeo, con attitudine anarchica e sovversiva. Per Bolano la letteratura è commento alla vita e viceversa. La sua stravagante cultura da autodidatta, tuttavia, non è mai sterile enciclopedia e vuota erudizione bensì gioco enigmistico e passatempo esplosivo. Nella sua eccentrica opera si manifesta un'incessante contaminazione di generi, stili e registri narrativi. In sintonia con lo spirito delle avanguardie, in primo luogo surrealismo e dadaismo, in essa predomina il gusto ironico e irriverente per la sperimentazione e lo straniamento. Questa singolare miscela di vita disordinata, biblioteca immaginaria e distruzione creativa dà luogo a una specie di realismo sgangherato e visionario, che è la cifra intima e segreta dell'arte di questo scrittore colto, solitario e appartato.
Di recente è uscito Anversa (Sellerio, 2007, pp. 152, euro 9.00) con una densa postfazione dell'ispanista Angelo Morino, nella quale viene riassunta la parabola esistenziale e artistica dello scrittore cileno. Si tratta del primo romanzo scritto da Bolano a Barcellona nel 1980 e pubblicato per la prima volta nel 2002, un anno prima della tragica morte dello scrittore. In questo “primo e ultimo libro” è veramente condensata e distillata tutta la sua irrequieta e stralunata poetica. Il testo si presenta come uno smilzo quaderno di appunti, schizzi e approssimazioni. Brevi capitoli come esercizi di stile, nei quali il flusso poetico si distende e si raccoglie in una prosa giocosa e minuta. Come sempre in Bolano, l'intreccio della narrazione confonde, mescola e stravolge diversi generi letterari. Innanzitutto il romanzo poliziesco: un delitto in un campeggio sulla Costa Brava e uno strano ispettore che indaga. Poi il romanzo pornografico: una bellissima ragazza e una storia di sesso e di perversione. E alla fine lentamente, attraverso una continua deformazione del quotidiano, il racconto diventa autobiografico. La scrittura lieve e precisa si frantuma in visioni, ricordi, episodi e allucinazioni che si accumulano e si ingarbugliano come dolorose epifanie. Tra disperazione, solidarietà e nostalgia, Anversa è infatti il memoriale indolente di un gaucho disorientato, sballottato e smarrito in una città straniera, ai margini della felicità domestica e in balia degli accidenti tumultuosi della vita.
In una conferenza Bolano aveva espresso chiaramente la sua idea di letteratura. Allo stato attuale, sosteneva con tono polemico riferendosi ai colleghi più celebrati, il sistema letterario istituzionale persegue il glamour, il successo sociale, la rispettabilità borghese. La letteratura oggi è diventata buona gastronomia per la classe media planetaria. Ciò che conta è soprattuto la leggibilità (intesa come chiarezza e amenità) e la conseguente vendibilità. Questi “scrittori funzionari”non mordono più la mano che dà loro da mangiare; viaggiano, stanno bene e ringraziano sempre. Al contrario, per il ramingo e testardo Bolano “la letteratura non vale niente se non è accompagnata da qualcosa di più fulgido del mero atto di sopravvivere”.

(recensione di Pierluigi Vuillermin)


Il Business del pensiero.
 La consulenza filosofica tra cura di sé e terapia degli altri
Alessandro Dal Lago (manifestolibri, 2007, pp. 136, euro 14.00)

La fisiognomica non è questione di poco conto. Spesso le facce sono rivelatrici della sostanza delle persone. In questo senso, il caso dei filosofi è veramente emblematico. Il barbone anticapitalista di Marx, i baffetti nazisti di Heidegger, lo sguardo alienato di Nietzsche, la mite e buffa espressione di Spinoza, la scostante bruttezza di Socrate ecc.
Nei ritratti dei filosofi prevalgono di gran lunga i tratti idiosincratici, le maniacali posture, i contegni stravaganti, come se il pensiero avesse preso forma e tormento nei lineamenti del loro volto. Al contrario, i consulenti filosofici sono tutti terribilmente uguali. Assomigliano a rampanti manager oppure a rappresentanti di commercio. Un strano e inquietante incrocio tra business men e maestri di saggezza. Belli e abbronzati, in perfetta forma fisica, impeccabilmente vestiti con giacca e cravatta, ventiquattrore e portatile a tracolla, atteggiamento executive, eloquio brillante e perentorio, frasario di inglese e campionario di citazioni a portata di mano, sono questi i sofisti dell'era della globalizzazione. Niente di nuovo beninteso. Già nel II sec. d.C. Luciano di Samosata, nel breve e irriverente opuscolo I filosofi all'asta, denunciava la prostituzione della filosofia ridotta a mestiere redditizio e spettacolare ad appannaggio di ciarlatani, venditori di fumo e professionisti dell'anima.

Per intenderci, stiamo parlando della Consulenza Filosofica (CF), una specie di psicofilosofia nata in Germania e negli Stati Uniti nel corso degli anni Ottanta, che adesso si sta diffondendo anche in Italia attraverso corsi di formazione, master universitari, libri e pubblicazioni, siti internet e tanto di albo professionale. Il bisogno di filosofia è in continua crescita. L'elenco è piuttosto lungo e bizzarro: festival di filosofia, Café Philo, vacanze e viaggi filosofici, Philosophy of Children, Philosophy of Management ecc. Lo slogan è semplice: portare Socrate in azienda, nelle fabbriche, in ufficio, nelle scuole, nel tinello di casa. Secondo la definizione canonica, la CF è “un'attività che si propone di fornire a chi lo richieda (individui, gruppi, organizzazioni), sulla base di un approccio filosofico, supporto, aiuto e orientamento nell'ambito dei processi intellettuali, esistenziali, decisionali o relazionali, senza avere finalità terapeutiche”. Per avere una vaga idea della svendita in corso,  si consultino i testi della collana “Pratiche filosofiche” diretta da Umberto Galimberti per la casa editrice Apogeo e si potrà constatare la fine del pensiero tout court. In realtà, al di là del gergo confessionale e imprenditoriale, un misto di maieutica e problem solving, siamo in presenza di un'operazione pedagogica, nell'insieme autoritaria e paternalistica, che vuole inquadrare e disciplinare le persone per renderle docili, produttive e politicamente inoffensive.

In un piccolo e intelligente libro, pieno di lucida ironia e allarmata preoccupazione, Il Business del pensiero. La consulenza filosofica tra cura di sé e terapia degli altri (manifestolibri, 2007, pp. 136, euro 14.00), il sociologo Alessandro Dal Lago non solo decostruisce con acribia e sarcasmo l'ideologia reazionaria della CF ma, più in generale, si sofferma sulla condizione attuale della filosofia. Lo scenario è sconfortante. La filosofia universitaria si è rintanata in una erudizione storiografica autoreferenziale. Quando diventa pubblica e mediatica, si riduce a  spiritosa quanto inconsistente conversazione. Ora, con la comparsa della CF, ultima metamorfosi tardo-capitalista, si trasforma in una predica edificante da consultorio, finalizzata alla normalizzazione ortopedica del soggetto. Dal Lago ne evidenzia giustamente due aspetti mistificanti. Da un lato il culto, di ascendenza gnostica,  dell'interiorità, per cui la realtà esterna è un puro riflesso del Sé individuale, e dall'altro, conseguentemente, un disinteresse totale per la politica che porta alla rinuncia e all'accettazione passiva del mondo così com'è. Davvero esilarante e rivelativo il secondo capitolo dove si fa la parodia di una seduta immaginaria di counseling tra un consulente e un consultante, da cui emerge che “prendere la vita con filosofia” significa acconsentire al sistema, tirare a campare e non protestare mai. Insomma la filosofia dall'originaria agorà si è trasferita nella piazza del mercato.

Come ha mostrato il sociologo Frank Furedi, si sta diffondendo una “cultura terapeutica” che, attraverso la psicologizzazione della vita, ha di mira il controllo e la gestione della soggettività. I problemi sociali vengono interpretati in un'ottica psicologica. Siamo giunti a un “determinismo emotivo” che ha depoliticizzato la vita pubblica. Sotto questo governo delle anime va profilandosi un nuovo conservatorismo più sottile e pericoloso delle religioni e delle ideologie. Sei stato licenziato, la fidanzata ti ha lasciato, i colleghi sono delle carogne ecc. Nessun problema! Spetta a te rinnovarti: trasformare la disgrazia in un'opportunità per scoprire nuove potenzialità creative. Ecco pronta
l'untuosa schiera di pedagoghi, educatori, formatori e consulenti ben disposti a propinarti e fatturarti costosi e inutili corsi di formazione che non sono altro che un addestramento all'asservimento. Un bel modo per coniugare anima e azienda, spiritualità e risorse umane. In una celebre conferenza il filosofo francese Georges Canguilhem, non a caso il maestro di Michel Foucault, ammoniva gli psicologi, uscendo dalla Sorbona, a non prendere la strada verso la Questura. Oggi, dopo i manganelli di Genova, le pasticche di Prozac e le varie psicoterapie cognitivo-comportamentali, arrivano gli istitutori della CF a somministrare pillole di saggezza pratica e una buona dose di rassegnazione. Consiglio per giovani apprendisti filosofi. Al cospetto di certe facce, come avrebbe detto Groucho Marx, lontano parente di quel lucianeo Parresiade che amava parlar chiaro, “non so che cosa hanno da dire. Ma comunque non fa differenza. Qualunque cosa sia, sono contro!”

(recensione di Pierluigi Vuillermin)

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