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LO STUDENTE
Nell'anno
universitario 1847-1848, lo storico francese Jules Michelet (1798-1874)
tenne al Collège de France una serie di dieci lezioni per i suoi
giovani studenti. A causa della sua partecipazione alla rivoluzione
parigina tra le fila dei democratici, il corso accademico fu sospeso
dalle autorità ed egli stesso nel 1850 fu allontanato
dall'insegnamento. Dopo la sua morte, queste lezioni proibite furono
raccolte in volume nel 1877 con il titolo L'étudiant e, dopo un
lungo e ingiustificato oblio, furono riscoperte, non a caso, durante la
contestazione giovanile e studentesca del 1968. A distanza di tanti
anni, adesso che i giovani, a sentire i commenti dell'opinione
pubblica, sono diventati di nuovo un problema per la società,
rileggere questa singolare opera storiografica, mirabile per rigore e
passione civile, significa a mio avviso riflettere, per chi non si
accontenta dei luoghi comuni e non si rassegna all'esistente, su
argomenti ancora molto attuali: la condizione giovanile, la funzione
dell'educazione, la possibilità della rivoluzione. Per sintonia
di umore e di giudizio, questo libro di Michelet dovrebbe essere letto
e meditato insieme al pamphlet di Schopenhauer La filosofia delle
università (1851) e alle cinque conferenze di Nietzsche
Sull'avvenire delle nostre scuole (1871). Certamente il tono profetico
e quasi palingenetico dello storico francese oggi può apparire
del tutto fuori luogo, se non addirittura candido e persino ridicolo.
In parte è però giustificato dal contesto storico del
tempo: la rivoluzione del 1848 che nell'arco di un anno intero
infiammò e sconvolse tutta l'Europa e poi si concluse nel nulla
di fatto. Non bisogna inoltre dimenticare il carattere romantico e lo
spirito barricadero e rivoluzionario dell'autore stesso, che non fu mai
solo un arido studioso chiuso nella torre d'avorio, ma un fervente
militante che prese parte attiva agli avvenimenti storici della sua
epoca. Al di là di tali considerazioni, questo testo accorato e
vibrante conserva una sua forza salutare e vivificante soprattutto, io
credo, per i giovani che, in questi tempi così incerti e
precari, affacciandosi alla vita e agli studi, cercano la loro strada.
Le date, infine, dovrebbero pur indicare qualcosa: 1848, 1968, 2008.
Insomma, non c'è che da sperare nelle nuove generazioni.
Alla vigilia di un grande sommovimento sociale, che Michelet nel 1848
sente prossimo e al quale, nonostante l'età non più
giovane e la malattia, aderirà con impetuoso entusiasmo, egli
affida ai giovani il compito politico di portare avanti la
trasformazione della società. Questo il tema del corso:
“il ruolo del giovane come mediatore nella polis e come agente
principale del rinnovamento sociale che ben presto vedremo”. Per
assolvere questo ruolo rivoluzionario, il giovane ha l'obbligo morale
di avvicinarsi al popolo. Bisogna superare le divisioni di classe, di
reddito e d'istruzione che separano gli uomini. Da parte loro gli
intellettuali hanno ormai divorziato dalle masse popolari e si sono
rintanati in un'erudizione fiacca e sterile. Il giovane, invece, ha da
rimanere barbaro: “attivo, vivo, concreto, il contrario di
astratto; caldo e sanguigno, ancora integro, genuino di natura”.
La società opprime in proporzione alla debolezza. Perciò
il giovane deve affrancarsi e diventare forte. Ma dove cercare la
forza? Per Michelet la risposta è inequivocabile. “La
troverete in alto e in basso, nell'uomo di genio e nel popolo.
Là troverete quello che manca nella società media, quello
di cui soprattutto avete bisogno: l'energia morale, la grande
volontà, la forza di fare e di soffrire. I potenti di genio, che
dominano e creano un'epoca, i sofferenti, che la attraversano in modo
paziente e coraggioso, sono i soli a conoscere il mistero della
vita”. Il problema allora non è tanto l'intelligenza ma il
carattere. Ora, l'educazione che viene impartita nelle scuole e nelle
università non è che un addestramento a una remissiva
servitù. Pertanto i giovani devono farsi una contro-educazione
che possa ravvivare l'insegnamento dei libri, attraverso l'osservazione
della vita nei suoi aspetti più istruttivi: il lavoro e il
dolore. Scopo di questa contro-educazione, che non vuol dire affatto
rifiuto dell'istruzione classica e tradizionale, è quello di
“formare uomini di azione, fattivi, socialmente impegnati,
disposti a costruire la fraternità secondo un ordine sociale
più umano e più giusto”. La Rivoluzione, prima che
fatto esteriore, deve entrare nei cuori e influenzare la
volontà. Questa è la vera trasformazione interiore che i
giovani devono realizzare dentro la Città e insieme al Popolo.
Per concludere con le parole di Michelet. “C'è
un'autorità superiore a tutte le altre, l'onore. Sappiate morire
di fame. È la prima delle arti perché regala la
libertà dell'anima”.
(Pierluigi Vuillermin)
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Immagini di città
Walter Benjamin - (Einaudi, 2007, pp. 144, euro 16,00)
IL VIAGGIATORE INCANTATO
In
un provocatorio saggio sulla provincia italiana, l'antropologo Franco
La Cecla narra che a una festa milanese un giovane rampollo della
borghesia bresciana raccontava agli amici di essere andato in vacanza
in Egitto. Cinque giorni a Sharm El Sheik in un albergo di lusso. A suo
modo si era divertito: mare, sole, relax, sport, buffet, sesso ecc.
Alla richiesta di come fossero gli Egiziani aveva risposto “Carini”.
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Così vive e ragiona il moderno turista di massa. Beninteso nulla a che
vedere con l'avventura seria e pericolosa che nel 1787 Goethe ebbe a
Malcesine sul lago di Garda con gli abitanti del luogo, come riferisce
egli stesso nel celebre Viaggio in Italia (1786-1788). Insomma siamo di
nuovo alla vecchia contrapposizione ideologica tra viaggiatori e
turisti. Già Roland Barthes nelle sue penetranti Mythologies (1957),
analizzando le guide turistiche, aveva messo in luce l'operazione di
mistificazione che accompagna tutta l'industria del turismo. A suo
avviso colorare il mondo è sempre un mezzo per negarlo e privarlo della
sua storia. Certamente con la globalizzazione, Internet e il
multiculturalismo il contrasto dialettico tra l'uniformazione
capitalistica e la pluralità dissonante delle differenze culturali
assume percorsi molteplici e controversi. Tuttavia è questo
l'inquietante paradosso: nel villaggio globale va scomparendo la
capacità di fare esperienza dell'alterità. Inutile comunque rimpiangere
romanticamente l'epoca gloriosa del Grand Tour dei viaggiatori europei.
Ormai siamo circondati dall'autenticità artefatta del turismo di massa
e dagli stereotipi della semicultura mediatica. Infine, per farsi
un'idea sul significato e la storia del viaggio nella cultura
occidentale, dall'Odissea al turismo globale, si rimanda alla lettura
del fondamentale saggio di Eric Leed La mente del viaggiatore (Il
Mulino, 1992). Di questi tempi, parafrasando l'esordio dei Tristi
Tropici (1955) di Claude Lévi-Strauss, forse il più bel libro di viaggi
del Novecento, non ci resta che odiare i viaggi. Meglio allora
restarsene a casa, al riparo dall'orda tumultuosa e schiamazzante dei
turisti, e magari leggere un buon libro di viaggi.
Di recente, a
cura di Enrico Ganni, è uscita una nuova edizione aumentata di Immagini
di città (Einaudi, 2007, pp. 144, euro 16,00) di Walter Benjamin.
Questo libro postumo fu assemblato nel 1955 da Peter Szondi e ora viene
riproposto con l'aggiunta di tre scritti e una prefazione di Claudio
Magris. Si tratta di una serie di articoli-reportage, scritti negli
anni fra il 1925 e il 1930 per giornali e riviste, sulle città dove al
critico e saggista ebreo-tedesco per diverse ragioni capitava di
soggiornare: Parigi, Marsiglia, Weimar, Napoli, San Gimignano e
soprattutto Mosca. Per Benjamin la città moderna è un serbatoio
sconfinato e labirintico di immagini, sogni e miti. Uno spazio di
transito attraversato da energia, forze sconvolgenti, rovine polverose,
utopie infrante e attese messianiche. Egli percorre e attraversa le
città come un malinconico rabdomante, consegnandosi alla fantasmagoria
delle forme e delle espressioni. Con il suo magistrale sguardo
micrologico da detective metropolitano, le ritrae come miniature
estranianti e seducenti. Attraverso l'accumulo di descrizioni
caleidoscopiche, ci offre quasi delle istantanee che cercano di fissare
l'effimero della vita. La porosità di Napoli che trabocca
dall'architettura degli edifici, dalla ritualità cattolica e dalla
vitalità stracciona del popolo; l'effervescenza proletaria e
rivoluzionaria di Mosca che si riversa nell'esistenza collettiva delle
strade; la graziosa e piccolo borghese Weimar di Goethe, la Parigi
capitale del XIX secolo con i suoi passages dove si celebra il trionfo
delle merci; la Marsiglia salmastra del porto, dell'hascisc e dei
traffici miserabili; il borgo di San Gimignano racchiuso dalle sue mura
e come sospeso tra cielo e campagna. Per Benjamin la città è un
fitto e multiforme involucro di segni e desideri da decifrare, di
indizi perduti e sepolti da riportare alla luce. Modulando flânerie
surrealista e straniamento brechtiano, egli conduce il lettore
alla deriva continua tra scorciatoie e deviazioni, prefigurando per certi versi il détournement dei situazionisti.
Come lo stralunato e taciturno Palomar di Italo Calvino, egli sa che la superficie delle cose è inesauribile.
In
Infanzia berlinese Benjamin osservava acutamente che: “Non sapersi
orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa
pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I
nomi delle strade devono parlare all'errabondo come lo scricchiolio dei
rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza
incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno.
Quest'arte l'ho appresa tardi; essa ha esaudito il sogno, le cui prime
tracce furono i labirinti sulle carte assorbenti dei miei quaderni”.
Secondo Peter Szondi, nella poetica da collezionista ambulante di
Benjamin permane sempre il ricordo dell'infanzia come fascinosa
curiosità e apertura all'altro e al diverso. Egli non ricerca l'esotico
e il pittoresco come qualsiasi turista contemporaneo. Al contrario il
suo sguardo materialista e messianico è rivolto al futuro come promessa
di felicità e di riscatto per gli esclusi e i vinti di sempre. Come
sappiamo il viaggio tormentato di questo infelice ebreo errante
terminerà tragicamente a Port Bou. Percorse le strade d'Europa in tempi
bui come un profugo senza patria, “con la grande valigia in grembo”.
(recensione di Pierluigi Vuillermin)
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Due notti di
ghiaccio
Virgilio
Giacchetto(Priuli & Verlucca Editori , 2007, pp. 96, euro 6.50)
Prima
assoluta per il
romanzo "Due notti di ghiaccio" di Virgilio Giacchetto per i tipi
Priuli & Verlucca lo scorso 21 settembre nell'ambito di
"EspaceMontagna. L'ambiente alpino a 360° rassegna di cinema,
letteratura,
musica dedicata alla montagna presentata all'Espace Populaire a cura di
Corrado Ferrarese.
Parliamo della presentazione pubblica del libro, la prima dalla sua
pubblicazione avvenuta nel 2006, a cura di Pietro Giglio, guida alpina
e regista del settimanale televisivo di Rai Valle d'Aosta "QM
quimontagne".
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Giglio ha esordito
sottolineando come l'evento della serata si inserisca in un
tentativo di parlare di montagna e di più aspetti della
montagna. L'aspetto peculiare della serata è stato quello
letterario. La panoramica editoriale della montagna in Valle d'Aosta,
secondo Giglio, finora si è limitata al versante della
saggistica, copiosa, mentre scarsa è invece la narrativa.
"La narrativa valdostana si è occupata prevalentemente della
montagna rurale che, al di sopra di una certa quota, non è
mai salita, se si escludono pochissimi esempi tra cui Renato Chabod che
scrisse "La cima di Entrelor", un récit d'ascension fatto di
racconti delle esperienze in montagna dell'autore e se si tralascia
"Tra la Dora e l'Isère", opera di René Willien
che narra esperienze di montagna ed esperienze di guerra. Di montagna
si è sempre parlato in Valle d'Aosta a questo livello. Meno
si è parlato di montagna al di sopra di una certa quota e
meno che mai di alpinismo." Il libro di Giacchetto non parla di
alpinismo, anche se una delle due notti di ghiaccio si riferisce ad
un'esperienza alpinistica (un'operazione di soccorso sul ghiacciaio del
Money nell'alta val di Cogne), "che però è
servita all'autore per percorrere strade parallele e strade
intrecciate."
Si tratta di un romanzo
breve scritto secondo i canoni classici. "Mi ha colpito di questo
romanzo, dice Giglio, la grande passione dell'autore per il Parco
nazionale del Gran Paradiso che ritrae attraverso le memorie del padre"
in un periodo nel quale (gli anni immediatamente dopo il secondo
conflitto mondiale, ndr) il Parco era un territorio quasi sconosciuto.
"In quel periodo, nel Parco, le guardie svolgevano una funzione
essenziale: se oggi abbiamo il Parco nazionale del Gran Paradiso, come
dice Virgilio stesso, lo dobbiamo proprio a questa generazione di
guardaparco che veniva da un periodo difficile e che portava avanti dei
valori che oggi sembrano superati." E
sono soprattutto i valori del dovere a prevalere, rispetto ad oggi in
cui sembrano prevalere quasi essenzialmente i valori del diritto."Ed
è grazie a questo senso del dovere di quelle guardie del
Parco Nazionale del Gran Paradiso che lo stesso ha potuto riprendersi
dopo un periodo così difficile."
Il libro ripercorre due
storie parallele: la storia dell'autore e la storia del padre
dell'autore che si intrecciano, con frequenti ricorsi al flashback e
cioé ai ricordi del passato in cui c'è il Parco
nazionale del Gran Paradiso che ha segnato la vita di Giacchetto.
All'interno delle due vite raccontate sono poi disseminate altre storie
funzionali alla costruzione di un finale a sorpresa.
Virgilio spiega come
è nata l'idea di scrivere questo libro. L'autore crede che
in tutti gli accaniti lettori sia insito il sogno nel cassetto di
provare a scrivere. "Ed essendo io un accanito lettore da
più di trent'anni, ci sono riuscito (a scrivere, ndr) nel
momento in cui ho capito che scrivere vuol dire soprattutto mettere dei
sentimenti sulla carta, cercare di portare dei sentimenti a livello
della scrittura". Un lutto, la morte del padre, è
occasione e motivo propulsivo del romanzo."Dopo il primo …
impatto così feroce del dolore … poi passa il
tempo… in ognuno di noi rimangono delle sensazioni nei
confronti di questa mancanza. La sensazione forte che ho avuto io col
tempo è stata quella di dire "questa persona non
c'è più. È un distacco totale.
Irrimediabile. Però io a questa persona non ho detto un
sacco di cose … gliele voglio dire. Forse è stato
proprio un caso di scrittura terapeutica".
C'è molta
dolcezza nella scrittura di Virgilio: "L'esercizio della memoria tiene
caldi i cuori…". Esistono due modi per comunicare con le
persone che non ci sono più: la dimensione del sogno, con le
sue strade fantastiche e misteriose, e il ricordo … Questo
romanzo trae spunto da avvenimenti realmente accaduti nella vita di mio
padre e nella mia. A questi fatti mi sono ispirato per inventare
situazioni e personaggi di fantasia che mi hanno consentito di
incontrare la sua memoria e dirgli le cose non dette quando ancora
sarebbe stato possibile.
Recensione a cura di
Silvia Berruto |
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Un gaucho
insostenibile
Roberto
Bolano (Sellerio, 2007, pp. 152, euro 9.00)
Quarant'anni
fa il successo mondiale di Cent'anni di solitudine (1967)
inaugurò la felice stagione della narrativa sudamericana.
Nei
decenni successivi l'industria editoriale rese accessibili al lettore
occidentale scrittori fondamentali come Asturias, Borges, Cortazar,
Rulfo, Guimares Rosa, Onetti, Bioy Casares, Lispector, Puig, Octavio
Paz, Carlos Fuentes ecc. per citarne solo alcuni.
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Oggi,
invece, la letteratura latinoamericana sembra essere passata di moda. A
parte i due grandi vecchi, Garcia Marquez e Vargas Llosa, gli epigoni
non sono certo all'altezza dei loro predecessori ormai dimenticati. In
realtà anche il cosiddetto “realismo
magico”, questa
originale sintesi di nativismo e modernismo che ha caratterizzato il
romanzo sudamericano, si è progressivamente ridotto a
esotismo
folcloristico e consumistico, come nei fortunati e modesti libri di
Isabel Allende e di Luis Sepulveda. Per non parlare dello
pseudo-romanticismo new age alla Paulo Coelho, volgare esempio di
banalizzazione e commercializzazione dei sentimenti per un pubblico
analfabeta in cerca di spiagge assolate e misticismo di coppia. Questo,
grosso modo, il panorama della letteratura latinoamericana
contemporanea.
Tra le felici eccezioni del secondo Novecento si segnala il caso dello
scrittore cileno Roberto Bolano. “Un sudamericano perduto nel
mondo”, come lui stesso ironicamente amava considerarsi. Nato
a
Santiago nel 1953, costretto all'esilio dopo il colpo di stato di
Pinochet nel 1973, profugo in seguito a Città del Messico,
si
stabilisce infine in Spagna dove vivrà sino alla morte
prematura
avvenuta nel 2003. Dopo un'esistenza marginale e travagliata, riesce a
pubblicare diversi romanzi e raccolte di racconti di notevole valore.
Il suo capolavoro è senza dubbio I detective selvaggi, un
libro
decisivo e importante a metà strada tra il romanzo di
formazione
e il pastiche letterario. Negli ultimi anni egli è diventato
quasi uno scrittore di culto, letto da un esiguo ma affezionato numero
di lettori e molto apprezzato dalla critica ufficiale. In Italia tutta
la sua opera è stata tradotta dalla casa editrice Sellerio
di
Palermo. Con una formula benevola e stringata, potremmo definirlo un
Borges melanconico e plebeo, con attitudine anarchica e sovversiva. Per
Bolano la letteratura è commento alla vita e viceversa. La
sua
stravagante cultura da autodidatta, tuttavia, non è mai
sterile
enciclopedia e vuota erudizione bensì gioco enigmistico e
passatempo esplosivo. Nella sua eccentrica opera si manifesta
un'incessante contaminazione di generi, stili e registri narrativi. In
sintonia con lo spirito delle avanguardie, in primo luogo surrealismo e
dadaismo, in essa predomina il gusto ironico e irriverente per la
sperimentazione e lo straniamento. Questa singolare miscela di vita
disordinata, biblioteca immaginaria e distruzione creativa
dà
luogo a una specie di realismo sgangherato e visionario, che
è
la cifra intima e segreta dell'arte di questo scrittore colto,
solitario e appartato.
Di recente è uscito Anversa (Sellerio, 2007,
pp. 152, euro 9.00) con
una densa postfazione dell'ispanista Angelo Morino, nella quale viene
riassunta la parabola esistenziale e artistica dello scrittore cileno.
Si tratta del primo romanzo scritto da Bolano a Barcellona nel 1980 e
pubblicato per la prima volta nel 2002, un anno prima della tragica
morte dello scrittore. In questo “primo e ultimo
libro”
è veramente condensata e distillata tutta la sua irrequieta
e
stralunata poetica. Il testo si presenta come uno smilzo quaderno di
appunti, schizzi e approssimazioni. Brevi capitoli come esercizi di
stile, nei quali il flusso poetico si distende e si raccoglie in una
prosa giocosa e minuta. Come sempre in Bolano, l'intreccio della
narrazione confonde, mescola e stravolge diversi generi letterari.
Innanzitutto il romanzo poliziesco: un delitto in un campeggio sulla
Costa Brava e uno strano ispettore che indaga. Poi il romanzo
pornografico: una bellissima ragazza e una storia di sesso e di
perversione. E alla fine lentamente, attraverso una continua
deformazione del quotidiano, il racconto diventa autobiografico. La
scrittura lieve e precisa si frantuma in visioni, ricordi, episodi e
allucinazioni che si accumulano e si ingarbugliano come dolorose
epifanie. Tra disperazione, solidarietà e nostalgia, Anversa
è infatti il memoriale indolente di un gaucho disorientato,
sballottato e smarrito in una città straniera, ai margini
della
felicità domestica e in balia degli accidenti tumultuosi
della
vita.
In una conferenza Bolano aveva espresso chiaramente la sua idea di
letteratura. Allo stato attuale, sosteneva con tono polemico
riferendosi ai colleghi più celebrati, il sistema letterario
istituzionale persegue il glamour, il successo sociale, la
rispettabilità borghese. La letteratura oggi è
diventata
buona gastronomia per la classe media planetaria. Ciò che
conta
è soprattuto la leggibilità (intesa come
chiarezza e
amenità) e la conseguente vendibilità. Questi
“scrittori funzionari”non mordono più la
mano che
dà loro da mangiare; viaggiano, stanno bene e ringraziano
sempre. Al contrario, per il ramingo e testardo Bolano “la
letteratura non vale niente se non è accompagnata da
qualcosa di
più fulgido del mero atto di sopravvivere”.
(recensione di Pierluigi
Vuillermin)
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Il Business del
pensiero.
La consulenza filosofica tra cura di sé e terapia
degli altri
Alessandro
Dal Lago (manifestolibri, 2007, pp. 136, euro 14.00)
La fisiognomica non
è
questione di poco conto. Spesso le facce sono rivelatrici della
sostanza delle persone. In questo senso, il caso dei filosofi
è
veramente emblematico. Il barbone anticapitalista di Marx, i baffetti
nazisti di Heidegger, lo sguardo alienato di Nietzsche, la mite e buffa
espressione di Spinoza, la scostante bruttezza di Socrate ecc.
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Nei
ritratti dei filosofi prevalgono di gran lunga i tratti idiosincratici,
le maniacali posture, i contegni stravaganti, come se il pensiero
avesse preso forma e tormento nei lineamenti del loro volto. Al
contrario, i consulenti filosofici sono tutti terribilmente uguali.
Assomigliano a rampanti manager oppure a rappresentanti di commercio.
Un strano e inquietante incrocio tra business men e maestri di
saggezza. Belli e abbronzati, in perfetta forma fisica, impeccabilmente
vestiti con giacca e cravatta, ventiquattrore e portatile a tracolla,
atteggiamento executive, eloquio brillante e perentorio, frasario di
inglese e campionario di citazioni a portata di mano, sono questi i
sofisti dell'era della globalizzazione. Niente di nuovo beninteso.
Già nel II sec. d.C. Luciano di Samosata, nel breve e
irriverente opuscolo I filosofi all'asta, denunciava la prostituzione
della filosofia ridotta a mestiere redditizio e spettacolare ad
appannaggio di ciarlatani, venditori di fumo e professionisti
dell'anima.
Per
intenderci, stiamo parlando della Consulenza Filosofica (CF), una
specie di psicofilosofia nata in Germania e negli Stati Uniti nel corso
degli anni Ottanta, che adesso si sta diffondendo anche in Italia
attraverso corsi di formazione, master universitari, libri e
pubblicazioni, siti internet e tanto di albo professionale. Il bisogno
di filosofia è in continua crescita. L'elenco è
piuttosto
lungo e bizzarro: festival di filosofia, Café Philo, vacanze
e
viaggi filosofici, Philosophy of Children, Philosophy of Management
ecc. Lo slogan è semplice: portare Socrate in azienda, nelle
fabbriche, in ufficio, nelle scuole, nel tinello di casa. Secondo la
definizione canonica, la CF è
“un'attività che si
propone di fornire a chi lo richieda (individui, gruppi,
organizzazioni), sulla base di un approccio filosofico, supporto, aiuto
e orientamento nell'ambito dei processi intellettuali, esistenziali,
decisionali o relazionali, senza avere finalità
terapeutiche”. Per avere una vaga idea della svendita in
corso, si consultino i testi della collana
“Pratiche
filosofiche” diretta da Umberto Galimberti per la casa
editrice
Apogeo e si potrà constatare la fine del pensiero tout
court. In
realtà, al di là del gergo confessionale e
imprenditoriale, un misto di maieutica e problem solving, siamo in
presenza di un'operazione pedagogica, nell'insieme autoritaria e
paternalistica, che vuole inquadrare e disciplinare le persone per
renderle docili, produttive e politicamente inoffensive.
In
un piccolo e intelligente libro, pieno di lucida ironia e allarmata
preoccupazione, Il Business del pensiero. La consulenza filosofica tra
cura di sé e terapia degli altri (manifestolibri, 2007, pp.
136,
euro 14.00), il sociologo Alessandro Dal Lago non solo decostruisce con
acribia e sarcasmo l'ideologia reazionaria della CF ma, più
in
generale, si sofferma sulla condizione attuale della filosofia. Lo
scenario è sconfortante. La filosofia universitaria si
è
rintanata in una erudizione storiografica autoreferenziale. Quando
diventa pubblica e mediatica, si riduce a spiritosa quanto
inconsistente conversazione. Ora, con la comparsa della CF, ultima
metamorfosi tardo-capitalista, si trasforma in una predica edificante
da consultorio, finalizzata alla normalizzazione ortopedica del
soggetto. Dal Lago ne evidenzia giustamente due aspetti mistificanti.
Da un lato il culto, di ascendenza gnostica,
dell'interiorità, per cui la realtà esterna
è un
puro riflesso del Sé individuale, e dall'altro,
conseguentemente, un disinteresse totale per la politica che porta alla
rinuncia e all'accettazione passiva del mondo così
com'è.
Davvero esilarante e rivelativo il secondo capitolo dove si fa la
parodia di una seduta immaginaria di counseling tra un consulente e un
consultante, da cui emerge che “prendere la vita con
filosofia” significa acconsentire al sistema, tirare a
campare e
non protestare mai. Insomma la filosofia dall'originaria
agorà
si è trasferita nella piazza del mercato.
Come
ha mostrato il sociologo Frank Furedi, si sta diffondendo una
“cultura terapeutica” che, attraverso la
psicologizzazione
della vita, ha di mira il controllo e la gestione della
soggettività. I problemi sociali vengono interpretati in
un'ottica psicologica. Siamo giunti a un “determinismo
emotivo” che ha depoliticizzato la vita pubblica. Sotto
questo
governo delle anime va profilandosi un nuovo conservatorismo
più
sottile e pericoloso delle religioni e delle ideologie. Sei stato
licenziato, la fidanzata ti ha lasciato, i colleghi sono delle carogne
ecc. Nessun problema! Spetta a te rinnovarti: trasformare la disgrazia
in un'opportunità per scoprire nuove potenzialità
creative. Ecco pronta
l'untuosa
schiera di pedagoghi, educatori, formatori e consulenti ben disposti a
propinarti e fatturarti costosi e inutili corsi di formazione che non
sono altro che un addestramento all'asservimento. Un bel modo per
coniugare anima e azienda, spiritualità e risorse umane. In
una
celebre conferenza il filosofo francese Georges Canguilhem, non a caso
il maestro di Michel Foucault, ammoniva gli psicologi, uscendo dalla
Sorbona, a non prendere la strada verso la Questura. Oggi, dopo i
manganelli di Genova, le pasticche di Prozac e le varie psicoterapie
cognitivo-comportamentali, arrivano gli istitutori della CF a
somministrare pillole di saggezza pratica e una buona dose di
rassegnazione. Consiglio per giovani apprendisti filosofi. Al cospetto
di certe facce, come avrebbe detto Groucho Marx, lontano parente di
quel lucianeo Parresiade che amava parlar chiaro, “non so che
cosa hanno da dire. Ma comunque non fa differenza. Qualunque cosa sia,
sono contro!”
(recensione
di Pierluigi Vuillermin) |
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