22.6.09

Un libro per sfatare le menzogne localiste e micro-nazionaliste sulla storia della VDA: “Il cammino della speranza" di Sandro Rinauro.

Ci meritiamo una storia migliore, sia in Valle che in Italia, da sempre Paese di menzogne e misteri irrisolti. Per la mancanza di memoria storica si paga un prezzo morale e politico altissimo, l’anima del popolo imputridisce, al posto della libera cultura degli intellettuali si impone il conformismo dei servi e degli agiografi da Apt.
Quando la cultura non è libera, tutta la comunità imputridisce.
Come piccolo contributo alla discussione sulla storia recente della Vda, mi permetto di consigliare ai lettori il volume di Sandro Rinauro “il cammino della speranza, storia dell’emigrazione clandestina nel secondo dopoguerra”, edizioni Einaudi.
Ho evidenziato alcune pagine, che pubblichiamo a parte :173-174-176-177. Il titolo del capitolo 4 appartiene all’autore, quello dedicato all’Abbè Petigat a me.
Mi sono permesso di sottolineare in neretto le affermazioni dello storico a mio avviso più rilevanti dal punto di vista politico, magari meritevoli di commento contemporaneo.
Tenetevi forte e buona lettura!

4. I valdostani e la «servitù della gleba» tra le cause della clandestinità (Pag 173).
“Ad ogni modo tra il 1945 e il principio del 1946, la maggioran¬za dei clandestini italiani era rappresentata dai valdostani i quali, giunti sin dalla fine della guerra spacciandosi alla frontiera in buona o cattiva fede come favorevoli all'annessione della Valle d'Aosta alla Francia, venivano immediatamente accolti dalle autorità transalpine come «rifugiati politici», regolarizzati con carte di soggiorno che, a dispetto delle proteste di Roma, riportavano la dizione «ressortissant valdotain» in luogo dell'indicazione della nazionalità italiana, e collocati al lavoro nella dichiarata convinzione che fossero «italiani di nazionalità ma francesi di cuore e di lingua» e che la Val d'Aosta non fosse altro che «il prolungamen¬to in Italia della valle francese della Tarentaise».
Di certo la consuetudine degli emigranti valdostani con la Francia era radicata, ma l'opinione dell'INED secondo cui per loro «il confine non è che una linea politica teorica» poiché «di fatto, ogni Valdostano considera la Francia come la propria patria d'elezione», era più che altro il retaggio delle mire annessioniste di Parigi sulla regione". Com'è noto, proprio tali mire indussero l'esercito francese a occupare la Valle e parte del Piemonte tra aprile e luglio 1945 per poi ritirarsi a seguito delle insistenti minacce americane", e dunque la spiccata predilezione e l'accoglienza riservate dalle autorità transalpine ai presunti profughi valdostani intendevano rafforzare la propaganda annessionista intrapresa da Parigi tra i comuni italiani delle zone di frontiera. Inoltre l'«assimilabilità» dei valdostani a parere di Parigi era confortata dalla comunanza di lingua e dal fatto che molti dei clandestini valdostani avevano già lavorato oltralpe prima della guerra, conoscevano già i loro attuai datori di lavoro, dai quali erano chiamati nominalmente, e davano quindi garanzia di rapido e valido assorbimento nel mercato dei lavoro transalpino.
Di fatto alcune migliaia di clandestini valdostani si erano già rifugiate in Francia al momento dell'aggressione italiana del io giugno 1940, anche se successivamente le autorità fasciste d'occupazione nel Sudest li avevano costretti a rimpatriare provocando importanti carenze di manodopera. Numerosi di quelli rimasti oltralpe avevano partecipato alla lotta partigiana nell'alta valle della Tarentaise contro i tedeschi in ritirata verso l'Italia, ciò che per Parigi dimostrava i loro «sentimenti di fedele attaccamento alla Francia».
In altri casi i clandestini valdostani dell’immediato secondo dopoguerra erano individui che avevano manifestato troppo apertamente il loro fervore annessionista durante l'occupazione francese della Valle d'Aosta e ora a parere di Parigi erano costretti a fuggire l'ostilità dei valdostani autonomi,quelli fedeli al centralismo romano. Infine non mancavano i fascisti in fuga che le autorità transalpine tentavano di individuare con l'aiuto di informatori italiani e delle autorità militari francesi in Italia e quindi di escludere dall'accoglienza. Tuttavia ben presto Parigi comprese che per la maggior parte i clandestini valdostani erano solo disoccupati in cerca di lavoro, come testimoniava anche il fatto che a volte erano gli stessi imprenditori francesi che venivano a reclutarli illegalmente in VDA”.

L’Abbè Petitgat: i lavoratori valdostani non sono italiani e devono essere privilegiati. Al massimo possono spiare gli altri italiani (pag 177).
“La più lucida denuncia della radicale limitazione della libertà personale che suscitava tali conseguenze fu presentata alla CGT e alle autorità francesi in quei primi mesi d'intensa immigrazione illegale dal più autorevole rappresentante della comunità valdostana in Francia, l'abate Augusto Petitgat che, valdostano e di nazicnalità italiana, era stato perseguitato dal regime fascista per la sua costante propaganda a favore dell'annessione della Valle alla Francia, e che sin dall'entre-deux-guerres dirigeva a Parigi l'asso¬ciazione dei valdostani di Francia, il «Secrétariat Valdotain», e il suo organo, «La Vallèe d'Aoste», soppresso durante l'occupazione tedesca e rinato alla fine del 1944 come «Bulletin de la Vallèe 'Aoste».
Petitgat protestava contro la sottomissione dei clandestini valdostani alla «residenza forzata» e ai datori di la¬voro assegnati d'imperio dalle autorità e lamentava che tali imposizioni costituissero una vera e propria «costrizione del corpo e del luogo» che faceva sentire i valdostani letteralmente «attaccati alla gleba o al loro padrone»; riteneva, anzi, che tali costrizioni fossero contrarie sia alle leggi francesi, che a suo dire non prevedevano la residenza coatta per lo status d'immigrato, «sia ai diritti umani del lavoratore»;
Chiedeva quindi che in virtù del loro attaccamento alla Francia, il trattamento riservato ai valdostani fosse prvilegiato rispetto a quello riservato agli altri clandestini italiani e che fosse loro concessa «la libera circolazione e la lìbertà di lasciare il padrone alla scadenza del loro contratto», il diritto di entrare in Francia senza i visti previsti per gli altri stranieri e il «permesso di cercare il lavoro secondo le loro attitudini e le condizioni del mercato del lavoro in Francia».
Quanto ai numerosi clandestini delle altre regioni italiane, specialmente piemontesi e veneti, che per godere della benevolenza francese si spacciavano per valdostani, Petitgat chiedeva che la polizia di frontiera si giovasse dell'aiuto degli stessi valdostani per individuarli ed escluderli dal trattamento di favore concesso a questi ultimi".
Per tutta risposta, le autorità transalpine intrapresero indagini sul Petitgat sospettandolo di essere il promotore dell'immigrazione illegale dei valdostani a Parigi, ma ad ogni modo, al di là della sua malizia nei confronti degli «altri» italiani, Petitgat aveva denunciato quella che sarebbe stata poi sempre una delle maggiori cause dello stato di clandestinità e di irregolarità degli stranieri, ovvero quella <>, per parafrasare il suo dire, che non era riservata solo ai clandestini, ma che l'ordinanza del 2 novembre 1945 imponeva agli stessi immigrati regolari e che li obbligava o a entrare clandestinamente per sottrarsi alla residenza e al luogo di lavoro impostigli dal reclutamento dell'ONI….”

5 Commenti:

Anonymous Fabio Protasoni ha detto...

Molto interessante... cerco il libro.... Altri titoli?

24 giugno 2009 17.10  
Anonymous Fabio Protasoni ha detto...

Interesse privato in pubblico blog..... ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensi dell'arresto dei Nirta e company di qualche giorno fà. Non pensi che valga la pena alzare un po' l'attenzione? http://www.fabioprotasoni.it/fabio/Blog/Voci/2009/6/22_Di_chi_è_la_Valle.html

24 giugno 2009 17.13  
Anonymous roberto mancini ha detto...

Caro Fabio,


Uno, Gianantonio Stella, “L’orda”, sottotitolo “quando gli albanesi eravamo noi”.
Dove si narra di un popolo di pezzenti, los italianos, che emigrò in tutto il mondo subendo persecuzioni sfruttamento e razzismo.
Ora, divenuti ricchi, abbiamo perso la memoria storica del nostro passato. Siamo divenuti razzisti identitari e illustriamo il detto veneto:”quando che la merda la monta in scanno, o che la porta spussa o che la porta danno”.
A pagina 20 l’ Autore cita i dati dei linciaggi nel Sud Usa dal 1890 al 1930: insieme ai neri, gli unici a venire linciati sono gli italiani.
Alle pagine 88, 95 e 150 potrai trovare edificanti accadimenti valdostani, di cui si è persa traccia grazie alla kulture valdotaine del Mulino Bianco, ossia alle imposture auto-celebrative e alle false credenze di cui la Sinistra si è auto-imbottita per allearsi all'Union. E per consentire al potere unionista di conservarsi per 50 anni.
Quanto al secondo quesito, vai a rileggerti la sprezzante risposta dell’allora prefetto Caveri alla relazione della Commissione Antimafia, accusata più o meno di vaneggiare.
Nota che la relazione del presidente Forgione, caso più unico che raro, venne votata all’unanimità.
I Nirta in Vda? Credo che presto se ne occuperà una pubblicazione nazionale specializzata che, a differenza del Travail, mi onora della sua fiducia.
La difficoltà culturale in Valle è comunque sempre la stessa: il micronazionalismo etnico attribuisce sempre ogni bruttura all’esterno.
Dunque le mafie , in Valle, sono vissute come un fenomeno esotico, regionale, sudista, folkloristico, alla Franchi & Ingrassia.
I mafiosi viaggiano col Concorde, gli anti-mafie con la Lambretta, perché ignorano la vera dimensione moderna del fenomeno.
Due libri?
Giancarlo Caselli, “Le due guerre”, Melampo editore.
Roberto Scarpinato e Saverio Lodato, “il ritorno del principe”, ediz Chiarelettere.
ciao, un abbraccio ruvido e orsino ,da vero rossoantico.

24 giugno 2009 19.28  
Anonymous rosa luxemburg ha detto...

A proposito di micro-nazionalismi più o meno etnici...che dire della vicenda che leggiamo oggi sui giornali relativa all'appalto per i servizi di assistenza agli anziani vinto dalla coop. Proges di Parma e della conseguente manifestazione indetta per oggi dai vertici del Consorzio Trait d'Union per protestare contro l'esito di tale gara?
Leggendo i giornali, a me sembra di aver capito:
1) C'è stata una gara d'appalto - fino a prova contraria, regolare - di cui una Cooperativa sociale di fuori valle è risultata vincitrice;
2) Una delle Imprese locali "sconfitte" - il Consorzio Trait d'Union, fino ad oggi gestore dei servizi in questione - ritiene evidentemente di essere stata defraudata di qualcosa;
3) La stessa Impresa invoca un "accesso agli atti immediato", senza neanche attendere i tempi tecnici per la loro produzione, lasciando intendere la possibilità di complotti ai suoi danni che un elegante assessore della giunta comunale si preoccupa - via SMS, potenza delle nuove tecnologie! - di esplicitare: "...tutta colpa dei rossi!";
4) il Consorzio - con atteggiamento vagamente ricattatorio - afferma che, se l'esito della gara venisse ufficialmente confermato, "...si metterebbero a rischio venti anni di cooperazione in Valle..";
5) Sempre il Consorzio Trait d'Union chiama alla lotta - manifestando una vocazione "barricadera" fino ad oggi insospettabile - i propri lavoratori , non prima di aver fatto crocifiggere, sempre dai propri lavoratori, il povero delegato CGIL - un altro "rosso"- reo di essere stato troppo "solerte" nello svolgere il proprio compito di difesa dei posti di lavoro in gioco;
Ora mi chiedo:
1) Come mai questi sedicenti "vertici aziendali" valdostani, che tromboneggiano spesso e volentieri dalle colonne dei giornali del loro "fare impresa" e del loro "stare sul mercato", ogniqualvolta le regole dello stesso mercato da loro incensato non risultano a loro favore, vagheggiano interventi vagamente protezionistici a sostegno dei loro "legami con il territorio"?
2) Come mai queste imprese non si affacciano mai dal muro di Carema, preferendo di gran lunga rimanere al calduccio delle protezioni locali?
3) Non risiederà in questi atteggiamenti il "cuore" - economico e produttivo - di quella tendenza parossistica alla tutela della specificità valdotaine che Mancini stigmatizza spesso in queste pagine??

25 giugno 2009 11.14  
Anonymous roberto mancini ha detto...

Cara Luxemburg ( però finiamola con i noms de plume, d’ora in avanti non risponderò più)

Anni or sono il presidente Dino Vierin, che è uomo di grande capacità amministrativa ma anche di forte temperamento, ad una riunione di Confindustria valdostana più lamentosa e questuante del solito sbottò con forza:”tutti voi siete qui, e non con i libri in tribunale, grazie al denaro pubblico”, disse più o meno il presidente.
Il coraggioso Ferraris, all’epoca assessore regionale all’industria per la Smorta Gauche, si guardò bene dall’intervenire.
L’essenza del micronazionalismo etnico è quella di non ammettere alcun cambiamento e di cristallizzare la storia come in un museo. Lo scopo? Mantenere la valle di Heidi immota, come ai tempi dell’ancien Règime.
Così governano le solite 4 famiglie indigene.
Per questi valdotains, ammiratori dei savoiardi alla De Maistre, cioè di pensatori clericali e fascistoidi che prepararono Vichy, il liberalismo e la concorrenza sono pericolosi e sovversivi quanto il comunismo.
La culla di monsignor Lefevre non è in Savoia?
I mali del mondo sono nati dalla presa della Bastiglia e del palazzo d’Inverno.
Per la “societè traditionelle”, immota e clericale come la Vandea prima del 1789, sia il liberalismo che il fascismo sono stati elementi modernizzatori e dinamici , fino alla sovversione.
L’ideale valdostano del mercato è il seguente: noi corriamo i 100 metri come gli altri, ma nel nostro caso devono essere 80, perché siamo bilingui.
Anzi, 70 metri, perché siamo di montagna.
Dicono di essere europei? Solo per avere un indirizzo dove andare a questuare. L’essenza intima dell’Europa comunitaria, libera circolazioni di merci e uomini in competizione, fa scattare invece meccanismi protezionisti.
In fondo, a ben vedere, anche il bilinguismo è solo una salvaguardia per rendere illiberale il mercato del lavoro, favorendo gli autoctoni con uno sbarramento.
I rischi? Sono pubblici. I guadagni? Rigorosamente privati.
Dunque la cagnara di Renato Favre non mi stupisce nemmeno un po’.
A parte il delirio berlusconiano sui “rossi”, emerge la solita mentalità da italianuzzo medio, da ultras del calcio: la gara è regolare se la vinco io.
Se la perdo l’arbitro è venduto, la palla irregolare, l’erba del campo troppo grassa, la nonna del guardalinee è una “escort”.
Poi , quelli come Favre della Destra della pagnotta, dicono di voler governare privilegiando unicamente il merito, ma è solo propaganda: se questo fosse l’unico criterio, addio corsie privilegiate per i valdotains e addio protezioni.
Però, siccome lorsignori non sono vincolati al principio di non-contraddizione e probabilmente non hanno mai letto un testo di economia ( nemmeno quello di Tremonti…), possono impunemente dire di essere liberisti, europeisti e protezionisti insieme.
Insomma cara Rosa l’autonomia è solo una forma di protezionismo e la Cgil si è comportata benissimo.

25 giugno 2009 17.47  

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