NOTABILI VALDOSTANI di Andrea Dèsandrè
Opera imperdibile questo “Notabili valdostani” di Andrea Dèsandrè, edizioni le Chateau. Due leggende hanno rovinato la nostra ingenua adolescenza politica, protrattasi per troppo tempo: che l’antifascismo sia stato un fenomeno di massa, che quello valdostano sia stato ancora più corale di quello italiano, quasi una sollevazione antropologico-linguistica contro la dittatura.
Questa seconda vulgata consentiva poi ai valdostani di occultare il fenomeno dei separatisti finanziati dallo spionaggio francese che avevano spaccato in due il movimento partigiano, assolutamente minoritario fino al 26 aprile 1945.
Dunque siamo cresciuti credendo alla telenovela del fascismo come fenomeno estraneo alla società italiana, ma addirittura marziano per la società valdostana che, in quanto estranea al costume italiano, lo aveva sopportato con duplice sofferenza, sdegno e intima avversità.
La teoria del fascismo come fenomeno di importazione italiana, degno del sud del mondo, ha consentito ai teorici xenofobi di presentare la Vallée come monda dall’infezione fascista per virtù “naturali”, accentuandone il razzismo latente: i vizi della dittatura erano estranei alla cultura tradizionale del fiero popolo di montagna, pronto da sempre a battersi come Gugliemo Tell. Che non a caso non è figura storica, ma invenzione propagandistica. Una balla.
Desandré, con rigore di documenti, ci riporta alla dura realtà storica: le élites dirigenti clericali e liberali valdostane non si oppongono affatto al Fascismo, il cui spirito liberticida non spaventa né impressiona, ma al contrario viene apprezzato in termini anti-popolari e anti- sovversivi.
Sia liberali che clericali transitano felicemente dallo Stato liberale a quello fascista preoccupati unicamente di mantenere uno status sociale di privilegio, e all’ombra del Fascio costruiscono solide carriere, come il notaio Chanoux, iscritto al PNF dal 1928 al 1943.
Solo dopo il 25 Luglio e dopo l’8 Settembre 1943, quando è chiaro che il Fascismo è agonizzante e la guerra é persa, si convertiranno con prudenza , spudoratezza e trasformismo molto italico ad un timido afascismo che predica al movimento partigiano solo attendismo e rinuncia ad ogni azione: la libertà verrà da fuori (come il Fascismo….).
Manca loro la lungimiranza e la dignità di un De Gaulle, che vuole la liberazione di Parigi per mano di truppe francesi, non anglo-americane.
Désandré ricostruisce con implacabile rigore ( pag 155-156 ed oltre) un ambiente provinciale ed angusto in cui le èlites praticano l’usura , mascherata dal nefando espediente della “vendita a riscatto”, origine di formidabili patrimoni fondiari accumulati rovinando con metodo i miseri contadini.
Quanto ai potenti di turno, sia il parlamentare savoiardo che risiede a Torino sia il barone Gerbore, segretario particolare del Duce, sono sommersi da un mare di richieste di croci, benemerenze e raccomandazioni. Come in un qualunque paesino calabrese.
Chi ha sempre teorizzato per ideologia localista che la differenza linguistica era anche differenza di costume politico, è crudelmente smentito. Finalmente un libro costruito con corretto metodo storico e sulla base di documenti. Leggetelo prima che il Regime lo faccia sparire…
Questa seconda vulgata consentiva poi ai valdostani di occultare il fenomeno dei separatisti finanziati dallo spionaggio francese che avevano spaccato in due il movimento partigiano, assolutamente minoritario fino al 26 aprile 1945.
Dunque siamo cresciuti credendo alla telenovela del fascismo come fenomeno estraneo alla società italiana, ma addirittura marziano per la società valdostana che, in quanto estranea al costume italiano, lo aveva sopportato con duplice sofferenza, sdegno e intima avversità.
La teoria del fascismo come fenomeno di importazione italiana, degno del sud del mondo, ha consentito ai teorici xenofobi di presentare la Vallée come monda dall’infezione fascista per virtù “naturali”, accentuandone il razzismo latente: i vizi della dittatura erano estranei alla cultura tradizionale del fiero popolo di montagna, pronto da sempre a battersi come Gugliemo Tell. Che non a caso non è figura storica, ma invenzione propagandistica. Una balla.
Desandré, con rigore di documenti, ci riporta alla dura realtà storica: le élites dirigenti clericali e liberali valdostane non si oppongono affatto al Fascismo, il cui spirito liberticida non spaventa né impressiona, ma al contrario viene apprezzato in termini anti-popolari e anti- sovversivi.
Sia liberali che clericali transitano felicemente dallo Stato liberale a quello fascista preoccupati unicamente di mantenere uno status sociale di privilegio, e all’ombra del Fascio costruiscono solide carriere, come il notaio Chanoux, iscritto al PNF dal 1928 al 1943.
Solo dopo il 25 Luglio e dopo l’8 Settembre 1943, quando è chiaro che il Fascismo è agonizzante e la guerra é persa, si convertiranno con prudenza , spudoratezza e trasformismo molto italico ad un timido afascismo che predica al movimento partigiano solo attendismo e rinuncia ad ogni azione: la libertà verrà da fuori (come il Fascismo….).
Manca loro la lungimiranza e la dignità di un De Gaulle, che vuole la liberazione di Parigi per mano di truppe francesi, non anglo-americane.
Désandré ricostruisce con implacabile rigore ( pag 155-156 ed oltre) un ambiente provinciale ed angusto in cui le èlites praticano l’usura , mascherata dal nefando espediente della “vendita a riscatto”, origine di formidabili patrimoni fondiari accumulati rovinando con metodo i miseri contadini.
Quanto ai potenti di turno, sia il parlamentare savoiardo che risiede a Torino sia il barone Gerbore, segretario particolare del Duce, sono sommersi da un mare di richieste di croci, benemerenze e raccomandazioni. Come in un qualunque paesino calabrese.
Chi ha sempre teorizzato per ideologia localista che la differenza linguistica era anche differenza di costume politico, è crudelmente smentito. Finalmente un libro costruito con corretto metodo storico e sulla base di documenti. Leggetelo prima che il Regime lo faccia sparire…

1 Commenti:
Che gente questi democratici! Basta parlare del loro segretario, cui tentano di costruire attorno un'aura stile vecchio Pci,e subito insorgono, schierati a quadrato.
Poi invece, se il dibattito si sposta su di un libro che sbugiarda 100 anni di palle autocelebrative sulla valdostanidad, tutto tace.
Sarà perchè, per parlare di un libro, bisogna almeno averlo letto?
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