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LA SINISTRA E LA ZAVORRA
risposta a R. Mancini su ciò che ha scritto nel suo blog e diffuso dall’espace polulaire.
Chi per dovere, “militare” o meno, chi per errore di gioventù, chi per frustrazione, tanti di”sinistra” stanno abbandonando la nave che affonda. Fanno bene, era ora! Non si può essere di sinistra solo quando è di moda. Meglio la chiarezza e sapere chi sono i compagni di strada. Tutti vogliono il partito che non c’è. Pochi lavorano perché ci sia e certo non mi aspetto che lo facciano coloro che pensano che basti un simbolo e una bandiera per averlo o coloro che la rinuncia al simbolo e alla bandiera diventa la condizione per farne un altro. Anche l’attuale Partito Democratico venti anni fa a rinunciato ai simboli e vediamo come si è ridotto. La verità è che simboli o meno, troppi stanno alla finestra a “sputare” sentenze e verità con poca voglia di sporcarsi le mani. Con nessuna voglia di rinunciare ad essere l’ombelico del mondo, così come l’occidente che sputa sentenze, giudizi, da pagelle senza accorgersi che il mondo non è giudicabile solo con il metro della cultura occidentale. Personalmente ho scelto di essere di sinistra per emancipazione, per cultura e per dignità. Mi basta questo e avanza. La sinistra è fatta solo di persone ma di idee, di contenuti e di progetti. Se le persone che attualmente cavalcano la scena degli avvenimenti e della storia sono degli “incapaci” o dei masochisti, mi spiace molto. Non può essere una scusa per mollare tutto, tutto al più un alibi. Io rimango di sinistra, vivo il mio tempo con le persone che esistono in questo tempo. Proprio tu, Mancini, che rifuggi la “valdostanità” dell’Union Valdôtaine, ti limiti a giudicare il suicidio della sinistra solo “leggendo” la Valle d’ Aosta, l’Italia o l’Europa e cancelli il resto del mondo. Anch’io milito a sinistra da 45 anni e da quelli di sinistra ne ho viste e subite di tutti i colori. E allora? Come te dovrei sentirmi liberato dall’essere di sinistra ma per fare cosa? Per aspettare che qualcuno mi prepari il partito o l’organizzazione o la rivoluzione che piace a me? Di quelli che analizzano la situazione e danno giudizi e sanno che siamo in brache di tela è pieno il mondo. Tutti ne scrivono, stilano ricette, proposte, pretendono di avere la verità in tasca. Purtroppo non funziona così, non ci si può sostituire alle persone che pretendono di essere i portatori del Verbo, siano essi Vendola, Bertinotti, Diliberto. Sono d’accordo con te, tutti hanno ragione ma tutti hanno torto e non fanno la sola cosa che le persone di sinistra normali come me chiedono loro di fare da anni: METTERSI ASSIEME; purtroppo stereotipi, arretratezza culturale, presunzione e interessi ne impediscono la realizzazione. Noi ci sentiamo orfani ma preferisco essere orfano che avere simili genitori. Ed è senza genitori politici che sono andato avanti in questi decenni. Dopo i “tradimenti” di Vittorio Foa, di Bruno Trentin e c. , ho imparato a fare da solo senza guide né partito. Questa vaccinazione mi ha preservato da quello in cui tu sei cascato cioè aspettare che qualcuno faccia quello che noi vorremmo. Ho accettato di fare il candidato alle elezioni europee per la lista di Rifondazione pur essendo lontano dai suoi riti. Loro lo sapevano . Ma non accettare la candidatura e stare alla finestra, per me sarebbe stato peggio che mettermi in lista. La tua formazione nel PCI ti ha portato a considerare le elezioni come l’obiettivo finale per cambiare la società e dalla sconfitta trai le conseguenze. Per me, le scadenze elettorali sono appunto delle scadenze tra le cose importanti che sto facendo. Essere di sinistra durante il fascismo e la resistenza era possibile anche senza il metro dei risultati elettorali, eppure ne hanno fatte di cose quei resistenti! È responsabilità mia se vivo in Valle d’Aosta ed è responsabilità mia lavorare con chi ci sta. Al momento il convento offre altro? Non lo vedo. L’alternativa, farmi i cavoli miei, è ancora peggio Se non ero presente durante la Rivoluzione francese o in quella bolschevica o in quella di Mao, non è responsabilità mia! Non mi sento umiliato se per costruire un processo di cambiamento mi metto in lista, mi occupo di energie alternative, di clima, di risparmio energetico, di territorio, di rifiuti, di acquisti solidali. Il mio metro di riferimento è quello, vivo nel mio tempo. Il resto? Residui di croste culturali delle quali non mi sono ancora liberato e forse neppure lo voglio fare. La storia non nasce dal nulla ma da innesti di avvenimenti su quelli passati. Essa non si può cancellare ma non si dovrebbero neppure commettere gli stessi errori. Questa frammentazione è lo specchio di noi stessi, l’immagine di tutto quello che non facciamo. Analizzare perché non lo facciamo richiederebbe altro spazio ed altro tempo che ora non ho.
 Alessandro Bortot - nus 18 giugno 09
Chiedo all’Espace Populaire di pubblicare questo scritto.


A proposito di scuola...


“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza.
Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?
Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.
C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata.
Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle.
Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private.
Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.
Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private.
Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private.
A "quelle" scuole private.
Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.
Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.
Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina.
L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Questo è il punto.
Dare alle scuole private denaro pubblico”

Piero Calamandrei - discorso pronunciato al III Congresso in difesa della Scuola nazionale a Roma l’11 febbraio 1950

I veleni industriali e i ragli di Arcore
Loris Campetti - il manifesto, 25 ottobre 2008

Adesso vengono a spiegarci che per salvare il lavoro bisogna difendere l'inquinamento. Il fatto è che per salvare i loro interessi tentano di scaricare verso il basso una contraddizione che è tutta e soltanto il prodotto della loro politica contro natura e contro il lavoro. Loro sono i Bush e i Berlusconi, e giù per li rami fino a arrivare a Scajola e Bonanni. Il sistema industriale italiano non sopporterebbe il costo delle «imposizioni» ambientali dell'Unione europea, ci dicono. E tutti a fare il coro ai ragli di Arcore: una spesa enorme, il problema esiste gorgeggia la (non) opposizione parlamentare, una spesa ingestibile ripete in falsetto persino un pezzo di sindacato. E allora: moratorie, rinvii, sconti. Mica per salvare i dividendi delle imprese puzzolenti, macché. E' per tutelare il posto dei poveri operai, a cui si chiede «complicità» nella comune lotta contro chi difende la terra in cui abitiamo, l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, i cavoli che mangiamo, la qualità del lavoro che facciamo. Il lavoro innanzitutto, primum vivere deinde philosophari, vale a dire che quel che conta è la quantità (dello sviluppo), dopo, quando ci saranno i soldi e la finanza tornerà a volare alta nei cieli di New York e delle Cayman, ci occuperemo semmai della qualità dello sviluppo. E se le pecore che pascolano erba alla diossina intorno all'Italsider di Taranto sono moribonde, abbattiamole: è solo un effetto collaterale dello sviluppo. E se quel tredicenne nella stessa città appestata sta morendo di cancro come le pecore, vorrà dire che si sarà risparmiato di bruciare vivo qualche anno più tardi nell'altoforno, o cadendo da un'impalcatura. E' un discorso che non accettiamo e rinviamo al mittente. Ora, non domani, bisogna alzare un muro per fermare questa corrente fetida che spingono addosso ai lavoratori, invitandoli a una mensa avvelenata. Non è vero che il movimento operaio è muto rispetto alla presunta contraddizione ambiente-lavoro. Questo è il paese dell'Acna di Cengio e della Solvay, della «Mortedison» e del «Petrolkiller», dell'Eternit e di Seveso, della ThyssenKrupp e dell'Umbria olii. I lavoratori convivono con la morte quotidianamente, sono le prime vittime di questo lavoro e di questo sviluppo i cui effetti letali si estendono poi a tutti. Sono decenni che il movimento operaio denuncia gli interessi del capitale costruiti sulla pelle dei lavoratori, e non si limita a denunciarli. Intorno all'esperienza di Medicina democratica e di Maccacaro - chi si ricorda il rischio zero? - è cresciuta una generazione di quadri operai con una cultura ambientale forte che non deve restare silente, perché nel silenzio e nella crisi economica la deriva culturale è sempre in agguato e cresce il rischio che si scateni la guerra tra poveri. Che capiti come in India, dove i contadini espropriati dallo stato comunista del Bengala occidentale per far costruire sulle loro terre una fabbrica di automobili low-cost, si scatenano contro i futuri operai metalmeccanici. Esempi positivi ce ne sono. Quando nel 2002 esplose la crisi Fiat, nella Detroit italiana si trovarono da un lato gli ambientalisti e le forze critiche del modello di sviluppo incentrato sull'auto privata, il petrolio, la CO2, e dall'altra le tute blu, il cui posto di lavoro stava diventando virtuale. La Fiom ebbe l'intelligenza di bloccare un conflitto tra le vittime e non si limitò a indicare il carnefice: propose, insieme alle migliori forze ambientaliste, una difesa del lavoro autoveicolistico incentrato sia sul trasporto pubblico che sull'innovazione del prodotto, in controtendenza rispetto alla tradizione italiana e della Fiat che investe solo sull'innovazione di processo per abbattere i costi del lavoro. L'intervento pubblico, si disse, dove essere finalizzato allo sviluppo della ricerca sui nuovi propulsori, incentrati su fonti energetiche alternative al petrolio, dall'elettricità all'idrogeno. Se quella strada non venne percorsa, bisogna chiederne conto a altri, non certo ai lavoratori. Oggi viviamo gli albori di una stagione economica segnata da una crisi pesantissima che disseminerà i nostri territori di morti e feriti: stabilimenti chiusi, licenziamenti, esplosione della cassa integrazione, prime vittime i precari. Pensare che un domani si potrà ripartire da dov'eravamo rimasti, dopo un'inezione di danaro pubblico (più cannoni che burro, però), è una follia. La crisi c'è, cerchiamo di trasformarla in un'opportunità, costruendo un nuovo modello di relazioni sociali, umane, ambientali. Ripartendo dal lavoro, e dai lavoratori, per salvare salute e ambiente. Altrimenti, i lavoratori ce li troveremo contro, e non solo nelle une. Parafrasando Mao, non sempre gli operai hanno ragione ma non c'è ragione rivoluzionaria che non passi attraverso di loro.

Feroci polemiche  sull' espace populaire.
La posizione del Direttivo:
Pago, posso, pretendo? NO. grazie! Non all'espace, almeno...


In risposta alla lettera di Corrado Ferrarese sulle modalità di gestione delle attività culturali dell’Espace populaire, si ricorda che l’Associazione Saperi & Sapori, circolo culturale affiliato all’ARCI, gestisce tali iniziative attraverso un direttivo i cui membri sono regolarmente eletti nell’assemblea annuale dei soci. Il direttivo è inoltre allargato ai soci che vogliono partecipare all’organizzazione degli eventi e alle attività connesse (preparazione locandine, permessi SIAE, contatti con enti e persone).
Di conseguenza, il direttivo non è un organismo chiuso e settario, composto da membri “che hanno nel loro DNA una bieca ed anacronistica mancanza di umiltà”, come sostiene il buon Corrado, ma un gruppo di persone che in tutta umiltà dedicano gratuitamente il proprio tempo per l’organizzazione e la realizzazione delle manifestazioni, come sa bene il socio Ferrarese, membro del direttivo dall’agosto 2007 fino al giorno delle sue dimissioni “inderogabili e non discutibili”.
Tutte le attività dell’Associazione, per decisione condivisa da tutto il Direttivo, vengono svolte senza gravare sui soci, cioè senza far pagare biglietti di ingresso.
L’unica fonte di entrata dell’Associazione Saperi e Sapori è quindi rappresentata dai proventi del tesseramento.
Durante il 2007/2008 le difficoltà economiche della Cooperativa Rosso Piccante che gestisce l’attività di ristorazione ed il bar, unite al risultato delle ultime elezioni regionali - che hanno privato l’Espace del sostegno economico dei consiglieri dell’Arcobaleno a garanzia del pagamento dell’affitto dei locali - ci hanno costretto a lanciare la campagna dei 100 soci, tuttora in corso e che speriamo possa dare i risultati sperati.
In conseguenza di tutto ciò, il direttivo ha deciso di organizzare gli eventi culturali puntando sulla gratuità delle prestazioni degli artisti, limitandosi a rimborsare agli ospiti dell’espace il vitto, l’eventuale alloggio e le spese di viaggio.
Abbiamo forse dovuto rinunciare a qualche nome altisonante ma portiamo nel cuore i tanti ospiti con cui abbiamo condiviso le serate, primi fra tutti – ci piace ricordarlo – Beppe Barbera , insieme agli altri musicisti del jazz e alle giovani promesse di Musicalmente che hanno suonato tutti gratuitamente a sostegno del progetto Espace.
Durante il 2008, il socio Corrado Ferrarese, allora membro del direttivo, ha organizzato, in accordo con noi ma in piena autonomia com’è naturale tra persone che si fidano l’una dell’altra, vari appuntamenti, tra cui quelli della rassegna Espace Montagna.

Il direttivo ha dato per scontato che la politica delle prestazioni gratuite fosse rispettata, almeno nei suoi principi fondamentali.
A posteriori, si viene a scoprire che la maggior parte degli eventi organizzati dal buon Corrado Ferrarese ha implicato un’elargizione di compensi - tutti a carico dello stesso Ferrarese, beninteso - mai condivisi con il direttivo, creando una condizione di disparità con altri soggetti che non hanno percepito nessun tipo di cachet.
Anche le iniziative proposte per il presente anno avrebbero previsto lo stesso meccanismo.
Il direttivo ha tentato di mediare, scontrandosi con risposte sempre negative da parte del buon Ferrarese.
Queste sono le “motivazioni risibili” che hanno portato alla negazione non della rassegna, positiva e che ci piacerebbe riproporre, ma delle modalità di gestione proposte.
Ce ne dispiace - soprattutto per Pietro Giglio e per i suoi ospiti che tante energie avevano profuso per la buona riuscita della stessa – ma Espace Populaire in questi anni ha cercato di essere luogo di incontro e di sperimentazione, di svago e di cultura, di socializzazione e di dibattito sempre seguendo i principi della massima condivisione delle scelte, della partecipazione e del coinvolgimento dei soci.
Un luogo di costruzione - il più possibile condivisa e collettiva - di “un altro mondo possibile”.
All’Espace il principio del “pago, posso, pretendo”non trova dimora.
Se Espace Populaire smette di essere questo, per diventare luogo di esibizione solipsistica dei singoli, semplicemente NON E’, non esiste più.
Se ne dia pace il buon Corrado, considerato l’alto valore delle iniziative da lui proposte, non faticherà di certo a trovare qualcuno con minori sovrastrutture etico-morali che possa ospitarle.
Quanto all’invito a non proporre iniziative all’Espace, non ce ne preoccupiamo. I singoli e le Associazioni che hanno collaborato con noi in questi anni conoscono bene l’impegno che siamo in grado di offrire.
Il loro è il solo giudizio che ci interessa.
Questi chiarimenti sono dovuti per correttezza nei confronti dei soci, dei relatori, degli artisti e di tutti quelli che con il loro tempo e varie sottoscrizioni contribuiscono a tenere in piedi uno spazio che vuole scommettere sulle persone e su un modo di rapportarsi non basato sul principio per cui “io pago e faccio quello che voglio”.
Il direttivo di Saperi & Sapori


L’ESPACE POPULAIRE SI GEMELLA CON “DICLE-FIRAT”
CIRCOLO CULTURALE KURDO


Nel centro storico di Diyarbakir, città principale del Kurdistan turco, Il Centro Culturale DICLE-FIRAT opera da alcuni anni in difesa della cultura e dell’identità kurda.
Venti milioni di persone concentrate nel sud est dell’Anatolia a cui lo Stato turco non riconosce i diritti fondamentali di parlare nella propria lingua madre e ostacola ogni forma di espressione culturale.
Malgrado la repressione DICLE FIRAT resiste e continua le sue iniziative che spaziano dal teatro ai concerti, dai corsi di fotografia a quelli di musica.
Lo spazio è libero e autogestito e rappresenta un luogo di aggregazione per gli abitanti del luogo.



La scelta dell’Espace Populaire di gemellarsi con questo Centro Culturale vuole essere un’espressione di solidarietà internazionale e appoggio concreto nel difendere i diritti dei popoli.
Negli anni 90’ la guerra che ha opposto l’esercito turco agli indipendentisti del PKK ha causato piu’ di 40.000 morti, migliaia di arresti, torture e un’ondata di profughi dai villaggi di montagna.
Attualmente dopo alcuni anni di tregua unilaterale da parte del PKK è ripresa la guerra aperta e la repressione contro il popolo kurdo nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale
Per saperne di più www.uikionlus.it





«Genova. Solo chi è stato in quelle strade può capire»
, dice il collettivo di narratori Wu Ming. E hanno ragione.

 
 Quel matto di Mario mi ha chiesto di scrivere 2 righe sul G8 di Genova, proprio ora che siamo tutti (e chi non lo è, dovrebbe) impegnati nella campagna per le elezioni regionali.
 Eppure, in tempi che sanno di pazzia, sono proprio i matti a dire cose sensate.
È una buona pratica, quasi un antidoto, ragionare sul mondo, quando sei così concentrato sugli aspetti locali della politica. Altrimenti si rischia di pensare che tutto si limiti alla sacrosanta lotta di liberazione della Vallée dal partito degli affari, mentre nel resto del mondo si giocano partite molto più complesse, che ci riguardano da vicino: l’acqua, la fame, la global war e il global warm.
 Il G8… È paradossale, l’Italia si sta preparando ad ospitare un nuovo vertice G8, e non ha ancora chiuso i conti con quello sanguinoso del 2001. Anche questa volta, il vertice è stato deciso e preparato dal centrosinistra e sarà invece gestito dal centro (Dov’è il centro!?) destra.
 

 Il G8 fu una tappa fondamentale del cammino, fino a quel momento vissuto come inarrestabile, del movimento altermondialista: i così detti No/New global, quelli dell’altro mondo possibile. Dalla rivolta di Seattle, il contagio aveva coinvolto il mondo intero, ovunque si era attivata una rete sotterranea preparata con cura e pazienza dalle mille talpe della società civile: partiti e sindacati si ritrovavano con i gruppi di pressione, gli ambientalisti, l’intellettualità diffusa metropolitana, i migranti… Per la prima volta, si metteva in discussione il dominio, soprattutto culturale, del Pensiero unico della globalizzazione neoliberista. I vertici delle grandi organizzazioni internazionali erano ovunque contestati, e in maniera sempre più imponente. Si intravedeva una nuova egemonia culturale: libri, film, musica, personaggi (do you remember? Matrix, Fight club, No logo, Contro il capitalismo globale, Impero, il Sub comandante Marcos, Lilliput, le tute bianche, le Posse e i Rage Against Machine…). In quegli anni, ho girato l’Europa e l’Italia sull’onda di manifestazioni sempre più partecipate e determinate: Roma, il WEF di Davos, Bologna no Ocse, il Cpt di Milano, Praga, Nizza…
 
 E poi è arrivata Genova: una calamita per un movimento oramai mondiale e maturo.
 Genova non è stata solo le giornate di luglio, ma i mesi che l’hanno preceduta, che hanno visto anche le più piccole realtà territoriali, come la nostra, organizzare assemblee, volantinaggi e azioni dimostrative, in un crescendo di coscienza, che portò nel capoluogo ligure più di 100 valdostani.
 
 E poi c’è stata Genova, quella dei gas, delle botte, delle torture, dei proiettili. Della perdita dell’ingenuità. Pensavamo di «cambiare il mondo con le nostre idee» (così cantavano quelli con le mani bianche alzate al cielo, prima che fossero, anche loro, massacrati dai reparti antisomossa).
 
 Chi era in quelle strade ricorda la sensazione di straniamento nel vedere la polizia non fermare le cariche, ma continuare a pestare la gente per terra, l’orrenda consapevolezza che il diritto, nella zona rossa, non esisteva più e che non potevi chiedere aiuto alla polizia, perché era da loro che scappavi. Certo era il CS gas che faceva piangere e stringeva la gola, ma forse anche la sensazione che niente sarebbe più stato come prima.
 
 La notizia dell’uccisione di un ragazzo, uno di noi. Solo un anno dopo, ritornando per le commemorazioni, mi accorsi che un’ora prima c’eravamo passati anche noi in quella maledetta piazza Alimonda.
 
 E poi la notte allo stadio Carlini, circondati da un esercito di poliziotti, con gli elicotteri che ti passavano sulla testa, neanche fossimo stati in Cile.
 
 La paura per i compagni persi nella folla, la gioia di ritrovarsi, la sensazione, vedendo poi le immagini in TV, di essere dei sopravvissuti. La rabbia impotente nel sapere, ormai ad Aosta, quello che accadeva alla Diaz.
 
 Il dopo Genova durò pochissimo e un’eternità. Il movimento non cadde nella trappola del rispondere alla repressione con una violenza obbligatoriamente asimmetrica, ma non riuscì nemmeno a ritrovare una nuova via per riprendere la strada delle piazze e del conflitto (salvo l’appuntamento di Firenze del Forum Sociale europeo). Molti compagni si persero per paura, per senso d’impotenza. Compagni fantastici che però non riuscirono a reggere di fronte all’enormità di quello che avevano visto quel giorno: il volto del potere, quello che ogni giorno ammazza la gente nel Sud del mondo e che a noi sembrava così lontano.
 
 E poi arrivò l’11 settembre a dare la mazzata finale.
 
 Ed ora che viviamo nell’era del Berlusconi quater, con Roma nera, mi dico che forse l’operazione di rincoglionimento culturale operata dalle TV e dalla pubblicità ha regalato l’egemonia alle nuove destre individualiste e comunitariste, ma certo il manganello della repressione ha spento sul nascere i fuochi dell’alternativa.
 
 Ora si tratta di resistere. Riaggregando, facendo cultura, tenendo viva la memoria (Genova compresa).
 
 Il prossimo G8, come momento di resistenza, probabilmente non sarà in Sardegna (troppo diverso è il contesto attuale), ma a Vicenza, in Val di Susa, allo Stretto di Messina...
 
 Prepariamoci, mettiamo in moto le nostre intelligenze collettive, per evitare che la storia si ripeta.

 
 Alexandre Glarey 


Schedatura di minori e adulti Rom
Una "buona pratica" per un censimento etnico
 
Un censimento.
Etnico.
Per etnia e religione.
In Italia non si vedeva un provvedimento analogo dal 1938, epoca delle leggi razziali.
Se si analizza la scheda che è stata utilizzata nella regione Campania, a Napoli, presso il campo Rom Centrale del latte, la cui intestazione è "Il Commissario delegato per l'emergenza comunità nomadi nella regione Campania OPCM 3678 del 30 maggio 2008. CENSIMENTO" si possono notare alcuni campi del "censimento" che riportano alcuni dati fra cui impronte digitali, fotografia identificativa (o nel linguaggio corrente "segnaletica"), grado di istruzione, attività lavorativa oltre ad altri dati anagrafici. Spiccano, per violazione dei diritti, due campi, incostituzionali, e irricevibili: ETNIA e RELIGIONE, nella non considerazione e nel disprezzo più assoluti della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948), della Costituzione italiana (1948) e dei diritti costituzionali previsti, anche per gli stranieri quand'anche essi siano in una posizione di irregolarità.
Non si tratta di un censimento poiché si tratta di una rilevazione limitata solo a coloro che si trovano nei "campi" e non alla totalità dei Rom e dei Sinti che per l'80% sono stanziali, vivono in Italia, sono Italiani e vivono in alloggi come alcuni di noi e sono "di razza pura ovvero dell'unica razza che esiste: quella umana". A San Rossore (Pisa) il 10 e l'11 luglio 2008, anno in cui ricorre il 70esimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali del 1938, controfirmate da Vittorio Emanuele III proprio nella tenuta di San Rossore, sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, con la Regione Toscana - Diritti, Valori, Innovazione, Sostenibilità, l'Italia civile che ancora esiste si ritrova per l'ottava edizione dell'annuale meeting internazionale il cui tema conduttore è "Contro ogni razzismo, capire le differenze, valorizzare le diversità". Sarà distribuito un "Manifesto degli scienziati antirazzisti" in risposta al "Manifesto degli scienziati razzisti" pubblicato il 15 luglio 1938 dal Giornale d'Italia.
Lo slogan, quantomai importante e significativo - e direi dedicato a chi ignora  fatti e dati storici oltre che agli smemorati - recita: "Di razza ce n'è una sola. Quella umana". Gli scienziati oggi affermano con autorevolezza che le razze non esistono e concludono che il futuro sarà di coloro che dimostreranno maggiori capacità di adattamento.
Il richiamo ad aderire è forte: "Fatevi vivi, molto vivi: anticipate la vostra presenza con una mail da inviare alla segreteria del meeting. Partecipare per discutere, per confrontarsi per affrontare e per vincere le paure inoculate da quelle culture della sicurezza, che con assiomi e dogmi indiscussi, intenderebbero far convergere in un pensiero e in un'azione unici la maggioranza dei cittadini. Ma i protagonisti, ovvero quei cittadini strumentati che si riappropriano in progress del loro potere e lo agiscono, non ci stanno, e continuano, da attivisti, a riproporre quel leitmotiv secondo il quale più si conosce un problema e più lo si può gestire, coscienti che si tratta sempre di processi e che questi, come l'empowerment dei cittadini, necessitano di tempi assai più lunghi di quelli auspicati delle soluzioni rapide e paventate da chi vorrebbe farle passare come reali, possibili e immediate.
E il ricordo va ineluttabilmente al censimento etnico del  1938 e all'articolo di Gad Lerner "Quel censimento etnico di settanta anni fa", pubblicato da La Repubblica il 5 luglio scorso, che invita, nel suo essere comunque allarmante, disarmante ma anche così terribilmente lucido, a tenere alta l'attenzione. In uno dei numerosi passaggi nodali dell'articolo, di taglio storico ma anche di grande attualità, Lerner sottolinea  che "Il censimento etnico del 1938, "destinato più a sottomettere che a conoscere, più a dimostrare che a valutare" come ricordava Marie-Anne Matard Bonucci, "non è molto dissimile dal censimento dei non meglio precisati "campi nomadi" del 2008. In conversazioni private lo confidano gli stessi funzionari prefettizi incaricati di eseguirlo: quasi dappertutto le schedature necessarie erano già state effettuate da tempo. L'iniziativa in corso riveste dunque un carattere dimostrativo".
Il mio pensiero corre allora immediatamente alla schedatura e al rilevamento delle impronte digitali di minori e di adulti di Sinti e di Rom anche se, mentre scrivo è stata approvata una risoluzione europea per la salvaguardia dei diritti dei diritti Rom che esorta le autorità italiane ad astenersi dal raccogliere le impronte digitali dei Rom e chiede alla commissione di verificare la compatibilità delle misure adottate in Italia dall'Unione europea. Secondo il Parlamento europeo, cosa che anche noi, dal basso avevamo segnalato e sostenuto, la raccolta delle impronte digitali dei Rom rappresenta un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l'origine etnica, vietata dalla convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Ma sul rilevamento delle impronte digitali non si scherza, avremmo dovuto impararlo bene.
Personalmente ho scelto di agire una resistenza nonviolenta nei confronti della  sperimentazione della carta d'identità elettronica che ad Aosta, la città in cui vivo, è iniziata nel 2004, decidendo di non partecipare al piano sperimentazione e di non apporre le mie impronte digitali "del dito indice di ogni mano uno "xl" - 500 dpi ove, in una mano, l'impronta  del dito indice non fosse disponibile si utilizzerà per la stessa, procedendo in successione: la prima impronta disponibile fra le dita: medio, anulare e mignolo" per comporre la mia carta d'identità.
Questo non tanto e non solo in ragione di una non completa e definitiva comprensione e condivisione delle ragioni culturali e filosofiche sottese alla necessità di apporre le impronte digitali per l'ottenimento di un documento di identità quanto nell'accezione più propriamente strumentale ovvero dell'uso potenziale e reale che delle impronte digitali potrebbe esserne fatto, in termini assoluti, non necessariamente da parte dell'autorità costituita e non necessariamente nei miei confronti, ma nei confronti di tutti. Infine, soprattutto in memoria di "usi altri" come nel caso di censimenti etnici che conosco, ho studiato e che so non appartenere solo al passato.
Per provare a pensare e pensarsi e a pensare il mondo in modo diverso.
Che improntitudine, qualcun* potrebbe asserire a buon diritto.
Ma la minaccia alla democrazia, dovuta ad usi indiscriminati di alcune buone pratiche, è più reale di quanto riusciamo a comprendere, considerato che non abbiamo la sufficiente lucidità, pur sapendo, di vedere e pur vedendo di prevenire.
Ai milioni di cittadini italiani che hanno richiesto una carta di identità elettronica, tra cui ci sono certamente anche dei Rom o Sinti italiani, perché l'80% dei Rom e Sinti  che vivono in Italia sono Italiani e stanziali, si potrebbe domandare quanto si è trattato di una scelta consapevole e quanto, invece, di obbedienza e di accettazione di una prassi che, come tale, è in sé, speculativamente e ontologicamente, sempre discutibile e obiettabile in una prospettiva intellettualmente onesta. A quei cittadini italiani si potrebbe chiedere quanto e se si siano interrogati sul senso della scelta, anche storica, di apporre le loro impronte digitali per ricevere la carta d'identità; se, a loro avviso, l'iniziativa di rilevamento delle impronte digitali e di censimento per etnia e per religione in corso nei confronti dei Rom e dei Sinti potrebbe davvero non rivestire un carattere dimostrativo ma veramente protettivo, secondo quanto dichiarato dal Ministro dell'Interno Maroni.
Si potrebbe chiedere loro se conoscono o se ricordano l'Aso-Aktion, la settimana della pulizia zingara"avvenuta tra il 12 e il 18 giugno 1938, quando la polizia criminale procedette all'arresto e alla messa in "custodia preventiva" di almeno 200 "asociali": zingari, mendicanti, vagabondi, ruffiani ed ebrei che erano già stati condannati in passato a qualche pena detentiva, tutti rigorosamente maschi e adatti al lavoro, inseriti poi come manodopera nel "piano quadriennale" di Göring e inviati poi a Buchenwald.
Scorgo tra le due prassi, tra il rilevamento delle impronte digitali ai Rom e ai Sinti e  l'azione di solidarietà e di dissenso che consiste nel gesto dimostrativo di apporre, ancora e pur sempre, le proprie impronte digitali, delle analogie e una forte contraddizione interna, per me insanabile, e insuperabile soprattutto alla luce dell'uso storico, assolutamente improprio, fatto del rilevamento delle impronte digitali nei confronti di minoranze.
Io dico NO.
Un no assoluto.
No alle impronte digitali.
"Né impronte digitali né foto segnaletiche"
Nonostante questo, pur non condividendo la modalità dimostrativa relativa all'apposizione delle impronte digitali, parteciperò alle manifestazioni di dissenso in piazza nei confronti del censimento etnico proposto dal ministro Maroni.
Ci sarò.
Sarò al fianco di chi è un altro me stesso: sarò al fianco dei molti amici Rom e Sinti per condividere, per simpatia, per quella sorta di "compassione" greca che significa patire insieme, per testimoniare che un altro mondo è possibile ed è già qui nella vita di tutti i giorni, per manifestare la capacità di indignarsi e nello stesso tempo la volontà di costruire una società interculturale e transculturale basata sui valori costituzionali e sui diritti umani per tutt*.
Per una società in cui i conflitti si affrontano e si risolvono in modo nonviolento, in cui la giustizia è uguale per tutt*.
Nella vita di tutti i giorni terrò alta l'attenzione, continuerò ad insistere e ad invocare il rispetto delle leggi, continuerò a scrivere e a intervistare sul censimento etnico gli amici "resistenti", ovvero coloro che hanno lottato e fatto la Resistenza, che in tanti accompagnano la mia esistenza, continuerò a pormuovere e a sottoscrivere appelli collettivi in difesa dei diritti costituzionali e umani.
Ho sottoscritto l'appello lanciato dai Giornalisti contro il razzismo www. giornalismi.info/mediarom pertanto solleciterò l'ordine dei giornalisti della Valle d'Aosta, al quale appartengo, perché si rifletta e si apra una discussione sul ruolo dei media rispetto all'intolleranza e al razzismo.
Con rispetto

Silvia Berruto

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